Damiano Aliprandi riporta l'allarme di Irene Testa sulla possibile trasformazione della Sardegna in un polo esclusivo per il regime di 41 bis, una tendenza che si sta estendendo anche ad Alessandria e Viterbo. Questa evoluzione rischia di smantellare i percorsi rieducativi e di volontariato, riportando il sistema carcerario italiano a modelli di isolamento totale simili a quelli degli anni Novanta. La grave carenza di personale e il sovraffollamento aggravano la violazione della dignità umana e il diritto alla territorialità della pena stabilito dall'ordinamento penitenziario. Questa situazione mette seriamente in discussione la funzione riabilitativa del carcere, evidenziando una deriva punitiva preoccupante per lo Stato di diritto.
Il governo italiano ha proposto di concentrare i circa 750 detenuti sottoposti al regime di 41 bis in sette strutture dedicate, riducendo le regioni coinvolte e trasformando la Sardegna in un territorio ad alta sicurezza. Monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha espresso forti preoccupazioni, evidenziando come questa scelta possa compromettere i percorsi di reinserimento sociale e i rapporti familiari dei detenuti. La Chiesa ribadisce che il carcere deve mantenere una funzione rieducativa e non solo punitiva, auspicando soluzioni come l'indulto differito e una maggiore responsabilità da parte della società civile. L'intervento sottolinea il rischio di marginalizzare ulteriormente i detenuti, privandoli della speranza di riconciliazione. Questo evidenzia una sfida cruciale per il rispetto del mandato costituzionale e della dignità umana nel sistema penitenziario italiano.
Gianpaolo Catanzariti sottolinea l'importanza di potenziare le misure alternative alla detenzione e le opportunità lavorative per i detenuti come strumento per garantire la sicurezza collettiva e rispettare la Costituzione. L'autore evidenzia che, mentre la recidiva per chi sconta la pena interamente in carcere è del 70%, essa crolla drasticamente per chi accede a percorsi di reinserimento sociale, con revoche delle misure solo nello 0,19% dei casi. Nonostante i chiari benefici economici e sociali, il sistema attuale soffre di sovraffollamento e di una narrazione mediatica ostile che rallenta l'applicazione di queste riforme. Questo articolo pone l'accento sulla necessità di una politica carceraria basata su dati oggettivi per migliorare l'efficienza del sistema penale italiano.
L'articolo mette in luce come le misure alternative alla detenzione riducano drasticamente la recidiva, passando dal 70% di chi sconta la pena in carcere al solo 17%. L'autore critica l'attuale sistema che vede la prigione come una "scuola del crimine", proponendo di trasformare le misure alternative in pene principali per rispettare il dettato costituzionale di risocializzazione. Attraverso dati concreti, si dimostra che la sicurezza pubblica non aumenta con l'inasprimento delle pene detentive, ma con seri percorsi trattamentali e lavorativi. Questa analisi evidenzia la necessità urgente di una riforma liberale e garantista della giustizia penale italiana.
Il governo ha fissato il referendum sulla riforma della giustizia per il 22 e 23 marzo, una decisione contestata dai comitati del No che hanno presentato ricorso al Tar per ottenere uno slittamento. I promotori del No mirano a guadagnare tempo per consolidare il trend di crescita nei sondaggi e intendono raggiungere le 500.000 firme per sollevare un eventuale conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Parallelamente, il fronte del centrosinistra appare diviso tra chi sostiene le ragioni della riforma e chi la vede come una minaccia agli equilibri costituzionali. Questa polarizzazione suggerisce che il voto potrebbe trasformarsi in un test politico sulla stabilità del governo piuttosto che in un dibattito tecnico sulla giustizia.
L'articolo analizza la storica divisione della sinistra italiana sul tema della giustizia, contrapponendo il garantismo 'eretico' de 'Il Manifesto' all'ortodossia giustizialista del PCI. L'autrice ripercorre eventi chiave come il sequestro Moro e il processo '7 aprile', denunciando l'uso di teoremi giudiziari fallimentari e la rinuncia ai diritti individuali in nome della ragion di Stato. Emerge una critica profonda verso un sistema che, storicamente, ha talvolta preferito la fermezza politica alla salvaguardia delle garanzie processuali. Questa riflessione mette in luce l'importanza del garantismo come baluardo fondamentale contro le possibili derive del sistema giudiziario italiano.
L'autrice commenta un'ordinanza del tribunale di Imperia che ha declassato l'accusa di tentato femminicidio a tentato omicidio per un uomo che ha aggredito la moglie. Secondo il giudice, il fatto che la donna si prostituisse escluderebbe il movente di odio o controllo di genere previsto dalla nuova legge 181/2025, spostando la colpa sulla condotta della vittima. Soffici critica aspramente questa decisione, vedendovi un ritorno alla mentalità arcaica del delitto d'onore e una pericolosa colpevolizzazione della donna. Questa vicenda evidenzia il rischio di una regressione giuridica e culturale che potrebbe minare i progressi fatti nella tutela contro la violenza di genere.
La Corte di Cassazione, con la sentenza 1039/2026, ha stabilito che l'espulsione e il trattenimento nei CPR sono bloccati per gli immigrati condannati a pene inferiori ai quattro anni in attesa di decisioni sulle misure alternative. La pronuncia chiarisce che il nulla osta all'espulsione non è applicabile nella fase di esecuzione penale, tutelando così il diritto dello straniero a un percorso rieducativo. Questa decisione ha un impatto significativo sui circa 90.000 'liberi sospesi' in Italia, che spesso attendono anni per il verdetto del Tribunale di sorveglianza. Il provvedimento evidenzia una complessa interazione tra le esigenze di sicurezza e la garanzia dei diritti costituzionali dei detenuti.
La Corte di Cassazione ha chiarito che non è obbligatorio fissare termini cronologici rigidi per l'estrapolazione dei dati da smartphone e dispositivi sequestrati, poiché la durata delle operazioni non è prevedibile all'inizio. Il pubblico ministero deve comunque giustificare la proporzionalità della misura, specificando i criteri di selezione dei dati e garantendo tempi ragionevoli per la restituzione del materiale non rilevante. La tutela dei diritti dell'indagato rimane garantita dalla possibilità di richiedere la restituzione del dispositivo in caso di ritardi ingiustificati secondo il Codice di procedura penale. Questo verdetto segna un punto importante nell'equilibrio tra efficacia delle indagini digitali e garanzie processuali.
Entro febbraio 2026, oltre cento detenuti in regime di massima sicurezza saranno trasferiti in Sardegna, trasformando istituti come Badu e Carros e Uta in centri dedicati esclusivamente al regime speciale. La decisione unilaterale del Governo ha scatenato la protesta della Presidente regionale Alessandra Todde, che contesta il mancato coinvolgimento delle istituzioni locali e il rischio di trasformare l’isola in una 'regione-carcere'. Oltre alle critiche politiche, emergono forti preoccupazioni per il sovraffollamento, la carenza di personale e la pressione su un sistema sanitario già fragile. Questa vicenda solleva interrogativi cruciali sulla gestione della giustizia e sul rispetto della territorialità della pena in Italia.
Con la consegna del nuovo padiglione per il regime 41 bis al Ministero della Giustizia, il carcere di Cagliari-Uta si prepara a ospitare 92 detenuti in massima sicurezza nonostante le proteste della comunità locale. Maria Grazia Caligaris, presidente di Socialismo Diritti Riforme, denuncia un grave sovraffollamento, con la popolazione carceraria raddoppiata in undici anni a fronte di un organico di agenti e personale sanitario rimasto invariato o ridotto. Restano inoltre da completare gli arredi dell'infermeria e definire la dislocazione degli agenti del Gruppo Operativo Mobile. Questa situazione evidenzia una pressione insostenibile sulle infrastrutture e sul personale del sistema penitenziario sardo.
Sette persone sono state arrestate con l'accusa di omicidio aggravato in seguito a una violenta rivolta avvenuta nel carcere di Avellino nell'ottobre 2024. Le indagini hanno rivelato che il pestaggio fatale ai danni di un detenuto è scaturito da uno scontro tra gruppi criminali rivali per il controllo dei traffici illeciti all'interno dell'istituto. Inizialmente indagati per tentato omicidio, la posizione dei sospettati è stata aggravata dalla successiva morte della vittima, portando all'emissione delle nuove misure cautelari. Questo tragico evento evidenzia la persistente criticità della sicurezza e il potere delle organizzazioni criminali all'interno delle carceri italiane.
Antonio Bincoletto, Garante dei detenuti di Padova, denuncia condizioni critiche negli istituti penitenziari cittadini a causa di un sovraffollamento senza precedenti e delle temperature eccessivamente basse nelle celle. Durante recenti visite al Due Palazzi, sono stati riscontrati gravi disordini e una gestione problematica dovuta alla convivenza forzata di diverse tipologie di detenuti in spazi di isolamento ristretti. Anche la Casa circondariale ha raggiunto il record di 269 presenze, spingendo la direzione a richiedere trasferimenti urgenti per garantire la sicurezza di ristretti e operatori. Questa situazione evidenzia l'urgente necessità di interventi strutturali per riportare il sistema carcerario padovano entro i limiti della dignità e della legalità costituzionale.
Il rapporto di 'Ristretti Orizzonti' fotografa una situazione drammatica per le carceri bresciane, con Canton Mombello che raggiunge un tasso di sovraffollamento del 212%, tra i più alti d'Italia. Anche l'istituto di Verziano supera ampiamente la media nazionale, gravando pesantemente sia sulla qualità della vita dei detenuti che sul lavoro della Polizia penitenziaria. Nonostante l'impegno in attività formative e ricreative, la carenza di spazi e servizi adeguati continua ad alimentare condizioni di vita degradanti negli istituti di pena. Questo scenario evidenzia l'urgenza di interventi strutturali immediati per contrastare il sovraffollamento cronico e tutelare i diritti fondamentali dei detenuti.
Una delegazione del PD ha visitato il carcere di Orvieto, denunciando un sovraffollamento del 130% e una carenza di organico della polizia penitenziaria vicina al 50%. Nonostante queste gravi criticità strutturali e i recenti disordini, la struttura mantiene una forte vocazione al reinserimento sociale attraverso progetti di pubblica utilità attivi dal 2014. Gli esponenti politici hanno ribadito la necessità di interventi urgenti per garantire sia la dignità dei detenuti che la sicurezza dei lavoratori. Questo caso sottolinea l'urgenza di risolvere le emergenze gestionali senza compromettere la funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione.
Il convegno tenutosi a Milano ha evidenziato il ruolo strategico dei commercialisti e dei professionisti nel promuovere il reinserimento lavorativo dei detenuti, rispettando la funzione rieducativa della pena sancita dalla Costituzione. Durante l’incontro, è emerso come il lavoro e una comunicazione corretta siano strumenti essenziali per prevenire il disagio psicologico e contrastare l’allarmante fenomeno dei suicidi in carcere. I partecipanti hanno sottolineato la necessità di sinergie tra istituzioni e società civile per trasformare il sistema penitenziario in un luogo di recupero umano e sociale. Questa iniziativa mette in luce l'importanza di un impegno collettivo per umanizzare le carceri e ridurre la recidiva attraverso percorsi di autonomia concreta.
Il Maestro Riccardo Muti ha diretto un concerto straordinario presso il carcere di Opera, utilizzando strumenti realizzati dai detenuti con il legno delle barche dei migranti naufragate a Lampedusa. L'evento ha unito la musica dell'Orchestra Cherubini alle testimonianze e alle poesie dei carcerati, trasformando simboli di tragedia in vibrazioni di vita e di speranza. Muti ha sottolineato come l'armonia musicale debba servire da modello per una società più solidale, capace di valorizzare la dignità umana e il talento anche nei contesti di privazione della libertà. Questa iniziativa evidenzia il ruolo fondamentale della cultura e del lavoro artigianale come strumenti essenziali per la riabilitazione e il riscatto sociale.
Il nuovo volume digitale 'La cura educativa in carcere', curato da Corrado Cosenza, esplora il ruolo dell'istruzione come strumento fondamentale per l'umanizzazione della pena e la rieducazione dei detenuti. Attraverso contributi teorici e testimonianze dirette, l'opera analizza come la scuola in contesti detentivi diventi uno spazio di rigenerazione e di riconoscimento della dignità della persona. Il testo affronta nodi complessi come il difficile dialogo tra didattica e trattamento penitenziario, evidenziando la necessità di modelli educativi che riaprano prospettive di futuro. Questa riflessione sottolinea l'importanza vitale dell'istruzione per adempiere alla funzione riabilitativa della pena prevista dal nostro ordinamento.
Il rapporto 'Le mafie nell’era digitale' della Fondazione Magna Grecia rivela come TikTok sia diventato un terreno narrativo dove le donne legate ai clan costruiscono un'immagine epica e distorta della criminalità organizzata. Attraverso la 'mafiosfera', queste figure femminili utilizzano simboli e linguaggi performativi per trasformare la detenzione dei partner in un atto di eroismo, contrapponendo una post-verità mafiosa alle verità giudiziarie. Il fenomeno evidenzia come i social media vengano sfruttati per consolidare il consenso sociale e tramandare i codici culturali mafiosi alle nuove generazioni. Questa evoluzione digitale rappresenta una sfida cruciale per le autorità nel contrasto alla normalizzazione culturale della mafia.
Debutta su Sky e Now "Gomorra - Le Origini", atteso prequel in sei episodi della celebre saga crime, ambientato nella Napoli del 1977. Sotto la direzione e supervisione artistica di Marco D’Amore, la serie racconta la giovinezza di un inedito Pietro Savastano, interpretato dal giovane Luca Lubrano. L'opera esplora il contesto di profondo degrado sociale e abbandono di Secondigliano, cercando di analizzare le radici storiche dell'educazione criminale del futuro boss. Questo approccio sottolinea l'importanza di comprendere il contesto socio-economico per leggere correttamente l'evoluzione delle dinamiche malavitose in Italia.