Sardegna. “Isola-carcere”, tra spostamenti di detenuti e sfruttamento territoriale
Riassunto
Entro febbraio 2026, oltre cento detenuti in regime di massima sicurezza saranno trasferiti in Sardegna, trasformando istituti come Badu e Carros e Uta in centri dedicati esclusivamente al regime speciale. La decisione unilaterale del Governo ha scatenato la protesta della Presidente regionale Alessandra Todde, che contesta il mancato coinvolgimento delle istituzioni locali e il rischio di trasformare l’isola in una 'regione-carcere'. Oltre alle critiche politiche, emergono forti preoccupazioni per il sovraffollamento, la carenza di personale e la pressione su un sistema sanitario già fragile. Questa vicenda solleva interrogativi cruciali sulla gestione della giustizia e sul rispetto della territorialità della pena in Italia.
scambieuropei.info, 13 gennaio 2026
È recente la notizia che annuncia lo spostamento di almeno un centinaio di detenuti in regime di massima sicurezza entro febbraio 2026 in diverse carceri della Sardegna. Il provvedimento interessa vari istituti di detenzione, tra i quali Badu e Carros a Nuoro e Uta a Cagliari. Secondo l’informativa del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove, l’intenzione è quella di trasformare i centri di Nuoro, Cagliari e Sassari in istituti interamente dedicati alla detenzione in regime speciale.
Una decisione presa dall’alto - La notizia è arrivata improvvisamente non solo sulle pagine dei giornali, ma anche alla stessa Regione Sardegna. La Presidente Todde, infatti, durante il Consiglio comunale di Uta del primo dicembre 2025, ha affermato che in un incontro avvenuto a settembre con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, era stato deciso che provvedimenti di questo tipo sarebbero stati preceduti da una consultazione con l’amministrazione regionale. Ora, invece, la notizia sembra giungere come una decisione già presa, calata dall’alto e senza possibilità di mediazione tra Stato e Regione.
Sfruttamento territoriale - Tra le accuse più rilevanti rivolte al Governo centrale vi è quella di voler trasformare la Sardegna in un’isola-carcere, utilizzata per isolare letteralmente chi è incarcerato. L’arrivo di 92 detenuti in regime speciale in Sardegna renderebbe l’isola la regione italiana con il più alto numero di persone al 41-bis: 182 dei 782 presenti in tutto il sistema carcerario italiano si troverebbero sull’isola. Questo risulta essere per molti l’ennesimo tentativo di sfruttare il territorio sardo, senza, però, avviare un dialogo con le istituzioni locali. Pier Franco Devias, responsabile territoriale per la provincia di Nuoro della realtà Liberu (Liberos rispetados uguales) in un intervento alla testata La Nuova Sardegna afferma che ospitare detenuti in regime di massima sicurezza è un progetto coloniale italiano che imporrebbe decisioni sulla popolazione sarda, senza permettere a quest’ultima di decidere liberamente sui propri territori.
Secondo Devias lo spostamento dei detenuti già presenti nel carcere di Nuoro per fare spazio a quelli provenienti dalla penisola violerebbe, inoltre, il principio della territorialità della pena. Si tratterebbe di un accordo derivante dal Protocollo d’Intesa del febbraio 2006 che prevede che i detenuti sardi possano scontare la pena nel carcere più vicino alla propria residenza. In questo caso, invece, le famiglie di chi verrà spostato in altre regioni saranno costrette a intraprendere viaggi più lunghi, più costosi e con minore frequenza per poter incontrare i propri familiari.
Inoltre, questo si collega al grande problema del sovraffollamento carcerario: le carceri italiane, già al collasso, si ritroverebbero nuovamente di fronte alla necessità di ospitare detenuti in strutture già sature, senza poter così garantire le condizioni di vita dignitose, cui i detenuti hanno diritto. I cittadini e l’amministrazione temono anche le infiltrazioni criminali indirette sul territorio isolano. Quando spostati, i detenuti in regime di massima sicurezza spesso portano anche la propria famiglia al seguito, aumentando, così, il rischio di collusioni criminali in una regione non preparata ad arginarle.
Strutture insufficienti - Oltre alle importanti conseguenze sociali e politiche, le carceri sarde non sono pronte a questo cambiamento. Molti istituti, infatti, mancano sia degli spazi necessari sia del personale sufficiente per garantire la sicurezza e una gestione corretta delle strutture. Gli uffici sono già sottodimensionati e l’arrivo di detenuti al 41-bis rischierebbe di prendere il sopravvento sul resto, facendo diventare complicato il trattamento di casi di minore urgenza e gravità. Il carcere di Nuoro è quello che più di tutti preoccupa: questo, infatti, dovrebbe essere adibito interamente a regime di massima sicurezza, in un territorio già fragile dal punto di vista sociale ed economico.
Oltre a ciò, una delle preoccupazioni principali della Regione Sardegna è legata al sistema sanitario, che, già fortemente compromesso, dovrà farsi carico anche dell’adeguamento delle proprie strutture nel ricevere detenuti in regime di massima sicurezza qualora ve ne fosse bisogno.
La dottoressa e assessora Rosanna Laconi ha espresso la preoccupazione riguardo a un sistema sanitario che presenta enormi problemi. L’accesso di un detenuto agli ospedali, infatti, necessita di un adeguamento delle strutture sanitarie, ma provoca anche dei “blocchi” di interi reparti che, prima ancora di riformarsi e aggiornarsi per permettere ai nuovi detenuti di accedervi, dovrebbero essere migliorati per quelli che già abitano l’isola e per i suoi cittadini. La Presidente della Regione Alessandra Todde si è espressa affermando che questo provvedimento è una scelta gravissima e inaccettabile per il territorio. Quello che si spera è che nelle prossime settimane si instauri un dialogo tra Stato e Regione per aiutare l’amministrazione locale a gestire il cambiamento.