Referendum il 22 e 23 marzo. Il “No” presenta già ricorso
Riassunto
Il governo ha fissato il referendum sulla riforma della giustizia per il 22 e 23 marzo, una decisione contestata dai comitati del No che hanno presentato ricorso al Tar per ottenere uno slittamento. I promotori del No mirano a guadagnare tempo per consolidare il trend di crescita nei sondaggi e intendono raggiungere le 500.000 firme per sollevare un eventuale conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Parallelamente, il fronte del centrosinistra appare diviso tra chi sostiene le ragioni della riforma e chi la vede come una minaccia agli equilibri costituzionali. Questa polarizzazione suggerisce che il voto potrebbe trasformarsi in un test politico sulla stabilità del governo piuttosto che in un dibattito tecnico sulla giustizia.
Il Manifesto, 13 gennaio 2026
Il referendum sulla riforma della giustizia si terrà il 22 e 23 marzo. Come annunciato dalla premier in conferenza stampa, il Cdm ha ufficializzato ieri la data. Nelle stesse giornate si svolgeranno le elezioni suppletive per i due seggi del Veneto vacanti dopo il passaggio al governo della Regione di Alberto Stefani e Massimo Bitonci. Perché il referendum sia ufficialmente promulgato manca solo la firma del capo dello Stato che è intenzionato a fare presto: entro il 17 gennaio, data in cui scadranno i 60 giorni dall’approvazione da parte della Cassazione delle quattro richieste di indire il referendum avanzate dai parlamentari sia della maggioranza che dell’opposizione. Dal Colle si segnala infatti che Mattarella ritiene non esistano problemi di costituzionalità.
I 15 giuristi promotori della raccolta di firme per indire anche loro il referendum cercheranno di far slittare la data del voto presentando oggi stesso un ricorso al Tar del Lazio per chiedere la sospensiva. Trattandosi di un ricorso amministrativo, la richiesta non inficerà comunque la firma di Mattarella che il Comitato per il No informerà questa mattina, subito prima di depositare il ricorso. Per comprensibili motivi di opportunità istituzionale, il No preferisce non ricorrere contro un referendum già promulgato dal presidente della Repubblica. Di qui la decisione di anticiparlo, presentando immediatamente il ricorso.
“Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione che concede tre mesi per la proposizione del referendum”, afferma il portavoce dei 15 giuristi Carlo Guglielmi. “Informeremo il presidente della Repubblica e i Comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede”, prosegue il portavoce. L’allusione a diverse sedi giudiziarie fa intendere che, anche qualora il Tar desse loro torto, i 15 giuristi non si arrenderebbero. Se arriveranno entro il 30 gennaio a 500mila firme, traguardo a portata di mano avendone già raggiunte 350mila in 20 giorni, il loro Comitato diventerà “potere dello Stato”. A quel punto sarà possibile sollevare il conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale.
I motivi che spingono l’intero fronte del No a insistere per la raccolta di firme nonostante il referendum sia già stato deciso sono molteplici. Quello di gran lunga principale è la convinzione che il tempo lavori a loro favore. I sondaggi dicono che il No è effettivamente in rimonta, il Sì sarebbe ancora in vantaggio ma lo scarto si è molto assottigliato. Le poche settimane che il Comitato mira a guadagnare con i ricorsi potrebbero fare la differenza. C’è anche un questione economica: se avrà modo di presentare le 500mila firme valide necessarie, il Comitato riceverà un rimborso pari a un euro per firma raggiunta. Tra i 15 c’è chi vorrebbe rinunciare comunque al rimborso, per evitare possibili speculazioni demagogiche, e chi invece ritiene che sarebbe meglio devolverlo tutto ai comitati per il No sul territorio.
Come potere dello Stato, il Comitato avrebbe maggior agio nel decidere a chi affidare i messaggi elettorali soprattutto in tv. Al momento infatti quegli spazi sarebbero riservati ai 15 promotori anche se un accordo in materia con la Cgil e i partiti del No è già stato raggiunto la settimana scorsa. Non sembra invece fondato il sospetto, del quale la premier aveva parlato rispondendo a precisa domanda anche nella conferenza stampa di inizio anno, di una manovra per garantire l’elezione del prossimo Csm prima che la riforma sia in vigore. Il Csm dovrà essere rinnovato nel gennaio del 2027. In caso di vittoria del Sì ci sarà comunque tutto il tempo per varare un decreto attuativo, anche in caso di slittamento del voto.
A cercare di evitare che lo scontro si trasformi in un confronto fra destra e sinistra invece che sulla riforma hanno provato ieri alcuni esponenti del centrosinistra favorevoli alla riforma, nell’assemblea convocata da Libertà Eguale a Firenze: il costituzionalista Barbera, l’ex ministro Salvi, la renziana Paita. “Non possiamo lasciare alla destra la bandiera delle riforme!, dice Pina Picierno. “A sinistra sono in molto a voler votare Sì”, assicura l’ex parlamentare Paola Concia. “Siamo di centrosinistra e così voteremo alle politiche ma siamo per il Sì”, sottolinea il costituzionalista Ceccanti. Ma impedire che il referendum diventi un pronunciamento su Giorgia Meloni sarà difficile. Probabilmente impossibile.