Libri. “Le mafie nell’era digitale. Focus TikTok”

Riassunto

Il rapporto 'Le mafie nell’era digitale' della Fondazione Magna Grecia rivela come TikTok sia diventato un terreno narrativo dove le donne legate ai clan costruiscono un'immagine epica e distorta della criminalità organizzata. Attraverso la 'mafiosfera', queste figure femminili utilizzano simboli e linguaggi performativi per trasformare la detenzione dei partner in un atto di eroismo, contrapponendo una post-verità mafiosa alle verità giudiziarie. Il fenomeno evidenzia come i social media vengano sfruttati per consolidare il consenso sociale e tramandare i codici culturali mafiosi alle nuove generazioni. Questa evoluzione digitale rappresenta una sfida cruciale per le autorità nel contrasto alla normalizzazione culturale della mafia.

dirittodellinformazione.it, 13 gennaio 2026
Il rapporto “Le mafie nell’era digitale” della Fondazione Magna Grecia mette in luce con precisione come la criminalità organizzata abbia trovato nei social, e in particolare su TikTok, un nuovo terreno narrativo. All’interno di questo spazio digitale, la vita delle donne legate a detenuti mafiosi diventa racconto pubblico, performance e costruzione identitaria. Le loro storie fatte di gesti quotidiani, sentimenti e proclami, creano una rappresentazione che mischia realtà e post-verità, restituendo un’immagine epica e distorta del mondo dei clan. I video mostrano spesso scene domestiche o momenti legati alle visite in carcere: cibi preparati secondo le regole dell’amministrazione penitenziaria, valigie pronte e abbracci ai figli.
Dietro questa estetica apparentemente innocua emerge però una narrazione mitizzata del compagno detenuto, celebrato attraverso emoji di leoni e catene, musiche neomelodiche, hashtag che evocano fedeltà, attesa e sacrificio. È un racconto che dà forma a un sistema di valori distorto, dove la quotidianità si trasforma in un atto rituale e dove le donne assumono il ruolo di custodi della cultura del clan, replicando online ciò che avviene tradizionalmente offline.
Questo tipo di ambiente è stato definito “mafiosfera”, un ecosistema informazionale in cui interagiscono sia i mafiosi sia i “mafiofili”, cioè coloro che, pur non appartenendo ai clan, ne alimentano la mentalità. In questo spazio le donne continuano a essere promotrici dei codici mafiosi, trasmettendo valori come vendetta, lealtà e culto della famiglia. Sui social questo ruolo si amplifica e si fa performativo, perché la narrazione deve convincere e mobilitare consenso.
Su TikTok si distinguono diversi filoni narrativi, ma quello dominante è quello “epico”: l’uomo incarcerato viene presentato come vittima di un torto, un eroe ingiustamente punito dalla società. La donna che parla a suo nome costruisce la “post-verità mafiosa”, che contrasta apertamente la verità giudiziaria e quella istituzionale. In questo linguaggio, moderato nelle parole ma fortissimo nei simboli, il leone diventa emblema di forza e comando e la catena lega emotivamente la coppia, ricordando allo stesso tempo però anche la prigionia. Questa infrastruttura simbolica permette di aggirare i filtri delle piattaforme e delle autorità, comunicando significati profondi senza rischiare la censura.
La figura maschile è spesso rappresentata secondo la retorica del “malessere”, l’uomo geloso, possessivo, aggressivo, che attraversa il carcere come segno distintivo. Ciò che altrove verrebbe etichettato come relazione tossica, qui diventa modello ideale e parte integrante della cultura maschilista dei clan.
Alcune donne incarnano invece lo stereotipo della “chanel”, donne che si presentano come capi, unite a un’estetica precisa fatta di tute di marca, capelli sempre curati e unghie perfette; una leadership femminile riconosciuta solo quando si conforma ai codici maschili del potere mafioso. Queste donne non si comportano come influencer in cerca di follower, ma come celebrità all’interno della propria comunità, rendendo spettacolo la loro vita. Il pubblico che segue questi profili è vasto e composito, costituito da semplici curiosi ma anche da molti “simili”, persone che condividono lo stesso ambiente e che rafforzano questa visione del mondo. In uno scenario come questo, TikTok si trasforma da piattaforma di intrattenimento a luogo simbolico in cui la mafia racconta sé stessa attraverso volti, gesti e storie delle sue donne.
Scarica il Rapporto:
https://fondazionemagnagrecia.it/wp-content/uploads/2025/11/Report_MED_TikTok_Sito.pdf