La durata del sequestro dello smartphone non ha limiti prefissati
Giovanni Negri
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Il Sole 24 Ore
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Riassunto
La Corte di Cassazione ha chiarito che non è obbligatorio fissare termini cronologici rigidi per l'estrapolazione dei dati da smartphone e dispositivi sequestrati, poiché la durata delle operazioni non è prevedibile all'inizio. Il pubblico ministero deve comunque giustificare la proporzionalità della misura, specificando i criteri di selezione dei dati e garantendo tempi ragionevoli per la restituzione del materiale non rilevante. La tutela dei diritti dell'indagato rimane garantita dalla possibilità di richiedere la restituzione del dispositivo in caso di ritardi ingiustificati secondo il Codice di procedura penale. Questo verdetto segna un punto importante nell'equilibrio tra efficacia delle indagini digitali e garanzie processuali.
Le Sezioni Unite Penali hanno chiarito che non sussiste un conflitto negativo di competenza se il giudice, pur dichiarandosi territorialmente incompetente, rinnova tempestivamente una misura cautelare. La sentenza stabilisce che tale intervento non implica un'affermazione di competenza, ma rappresenta un potere eccezionale e provvisorio per evitare stalli processuali. In questo modo, viene garantita la continuità della tutela cautelare anche durante le fasi di incertezza sulla competenza territoriale. Questa decisione appare fondamentale per assicurare l'efficienza e la tempestività del sistema penale italiano nella gestione delle misure urgenti.
Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo
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Il Dubbio
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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2648/26, ha stabilito che il procedimento di prevenzione è un rito con garanzie ridotte rispetto al processo penale, poiché la tutela della proprietà è considerata subordinata alla libertà personale. La pronuncia adotta una definizione estremamente restrittiva di "nuova prova" per la revoca della confisca, escludendo elementi preesistenti non valutati e rendendo quasi impossibile correggere eventuali errori giudiziari. Gli autori denunciano come questa impostazione penalizzi anche gli eredi e crei una disparità tra accusa e difesa, privilegiando la stabilità del giudicato rispetto alla verità sostanziale. Questo orientamento segnala una preoccupante degradazione del diritto di difesa e del concetto di "giusto processo" nel sistema di prevenzione italiano.
La Corte di Cassazione, con la sentenza 1039/2026, ha stabilito che l'espulsione e il trattenimento nei CPR sono bloccati per gli immigrati condannati a pene inferiori ai quattro anni in attesa di decisioni sulle misure alternative. La pronuncia chiarisce che il nulla osta all'espulsione non è applicabile nella fase di esecuzione penale, tutelando così il diritto dello straniero a un percorso rieducativo. Questa decisione ha un impatto significativo sui circa 90.000 'liberi sospesi' in Italia, che spesso attendono anni per il verdetto del Tribunale di sorveglianza. Il provvedimento evidenzia una complessa interazione tra le esigenze di sicurezza e la garanzia dei diritti costituzionali dei detenuti.