L’Italia verso un nuovo “arcipelago” del 41 bis?

Riassunto

Damiano Aliprandi riporta l'allarme di Irene Testa sulla possibile trasformazione della Sardegna in un polo esclusivo per il regime di 41 bis, una tendenza che si sta estendendo anche ad Alessandria e Viterbo. Questa evoluzione rischia di smantellare i percorsi rieducativi e di volontariato, riportando il sistema carcerario italiano a modelli di isolamento totale simili a quelli degli anni Novanta. La grave carenza di personale e il sovraffollamento aggravano la violazione della dignità umana e il diritto alla territorialità della pena stabilito dall'ordinamento penitenziario. Questa situazione mette seriamente in discussione la funzione riabilitativa del carcere, evidenziando una deriva punitiva preoccupante per lo Stato di diritto.

di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 gennaio 2026
L’allarme della Garante dei detenuti in Sardegna. Ma il contagio si allarga nel Paese. La Sardegna rischia di trasformarsi nuovamente in una gigantesca isola-carcere, una sorta di Cayenna del Mediterraneo dove la dignità umana finisce calpestata. Non è una suggestione, ma il timore concreto che Irene Testa, garante regionale dei detenuti, sta portando avanti con una battaglia solitaria e coraggiosa. Da settimane nell’isola si rincorrono voci, smentite e mezze verità: tre istituti sardi - Uta, Bancali e Nuoro - potrebbero essere convertiti in centri esclusivi per il regime del 41 bis. C’è chi dice che il piano sia già pronto, chi giura che non esista un solo documento ufficiale a confermarlo. Ma in questo polverone di incertezza, una cosa è chiara: un’ipotesi del genere rappresenta un ritorno al passato. E riguarda il Paese intero.
Il caos di questi giorni getta nello sconforto chi il carcere lo vive ogni mattina, dagli agenti di polizia penitenziaria agli operatori sanitari. A Uta la situazione è già al collasso: 685 detenuti, 140 agenti stremati da turni massacranti, un solo psichiatra per tutto l’istituto. Durante un sopralluogo, la garante ha trovato una cella piena di sangue dopo il tentato suicidio di un detenuto. Alla richiesta di spiegazioni sulla mancata pulizia, gli agenti hanno risposto che non c’era personale disponibile: tutti impegnati nel padiglione destinato al 41 bis.
Eppure, paradossalmente, questa paura ha avuto un merito: ha costretto la politica sarda a smettere di guardare dall’altra parte. Per una volta, i riflettori sono accesi sulle condizioni reali delle celle. Le carceri sarde sono allo stremo, sembrano ormai gironi infernali dove il diritto viene calpestato ogni ora. Chi non ha mai varcato quei cancelli non può capire cosa significhi perdere la dignità in un sistema che dovrebbe rieducare e che invece si limita a punire e degradare.
Il contagio del “carcere duro” da Alessandria a Viterbo - Sarebbe un errore pensare che questa sia solo una faccenda sarda. Il rischio di creare carceri “speciali” dedicate al 41 bis si allunga su tutto il Paese. Prendiamo Alessandria: il sindaco Giorgio Abonante è sul piede di guerra perché al carcere di San Michele dovrebbero arrivare 150 detenuti in regime di carcere duro entro gennaio 2026, con altri cinquanta previsti per giugno.
Una scelta che rischia di scardinare l’identità di un istituto sempre aperto al territorio. Le attività della scuola carceraria sono state sospese immediatamente, i percorsi del volontariato bloccati. Anni di lavoro virtuoso cancellati senza alcun confronto, senza nemmeno informare il sindaco. Lo stesso clima si respira a Viterbo, dove Mammagialla già ospita cinquanta detenuti al 41 bis ed è gravata da sovraffollamento cronico e carenza di organico.
Questa tendenza a creare “isole nell’isola” o ghetti blindati ci riporta a un modello che l’Italia pensava di aver superato. Bisogna guardare agli anni Novanta, quando Asinara e Pianosa erano i simboli di una giustizia che isolava totalmente il detenuto, usando la geografia come barriera insormontabile. Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992, il governo riaprì d’urgenza le sezioni di massima sicurezza delle due isole. Nel giro di una notte, circa trecento detenuti furono trasferiti: i primi a cui veniva applicato il nuovo regime del carcere duro.
L’Asinara e Pianosa divennero luoghi dove le condizioni di detenzione erano considerate disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Nel 1993 un rapporto di Amnesty International denunciò le brutalità subite dai reclusi. Si parlò di pestaggi quotidiani, detenuti lasciati al freddo, cibo “corretto” con sputi, urina, pezzi di vetro. Non mancavano le ordinanze dei magistrati di sorveglianza che denunciarono gli abusi e soprattutto l’utilizzo del 41 bis senza valutare caso per caso.
Il caso fu investito dalla Consulta che dichiarò costituzionale il regime speciale, ma a una condizione: le proroghe non dovevano essere collettive. E infatti l’allora ministro Conso, dopo una valutazione individuale, non rinnovò il 41 bis per circa 300 persone. Quei luoghi furono chiusi nel 1998 non solo per restituire le isole al loro “ruolo ecologico e turistico”, ma perché incompatibili con uno Stato di diritto che voglia definirsi tale. Riaprire oggi quella strada, concentrando centinaia di esponenti della criminalità organizzata in pochi punti critici, è un salto nel buio che mette a rischio la sicurezza dei territori e la salute mentale di chi deve gestire quelle strutture.
Il diritto calpestato e la punizione delle famiglie - C’è poi un punto fondamentale che spesso viene dimenticato: la territorialità della pena. L’articolo 14 dell’Ordinamento penitenziario parla chiaro: i detenuti hanno diritto di essere assegnati a un istituto quanto più vicino possibile alla famiglia o al proprio centro di riferimento sociale. Non è un privilegio, è un diritto finalizzato al reinserimento. Il decreto legislativo 124 del 2018 ha ribadito e rafforzato questo principio.
Ma se trasformiamo la Sardegna nel polo del 41 bis, condanniamo migliaia di persone - mogli, figli, genitori che spesso non hanno alcuna colpa - a viaggi infiniti, costi insostenibili e fatiche burocratiche estenuanti. Si crea una sorta di “esilio” che aggiunge sofferenza inutile a una pena già durissima. Ma a questo si aggiungerebbe un altro problema. La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, Maria Cristina Ornano, ha messo in guardia: “Stiamo parlando di detenuti ancora al vertice di organizzazioni criminali. Persone che si portano dietro familiari e sodali. C’è il rischio concreto di infiltrazioni mafiose e anche quello del riciclaggio di danaro sporco”.
Allontanare comunque un uomo dai suoi affetti significa togliergli l’unico motivo per sperare in un futuro diverso, alimentando solo rabbia e isolamento. La Sardegna ha già un rapporto detenuti-popolazione tra i più alti d’Italia: un detenuto ogni 680 abitanti. Degli oltre duemila detenuti presenti negli istituti sardi, più di mille non sono sardi. E già oggi più della metà dei detenuti nelle carceri dell’isola è in regime di alta sorveglianza o uscita dal 41 bis.
Il sistema nazionale è in apnea. Nel 2025 si sono contate 238 morti in carcere, di cui 79 suicidi. È il bilancio più cupo degli ultimi anni. I crimini denunciati all’autorità giudiziaria nel primo semestre del 2025 sono stati 1.140.825, rispetto ai 1.199.072 dello stesso periodo del 2024: una diminuzione del 4,8 per cento. L’aumento dei detenuti non può essere spiegato con un aumento della criminalità. In questo scenario, le denunce a mezzo stampa e le visite ispettive sono ormai “armi spuntate”. Irene Testa lo dice chiaramente: non bastano più le buone intenzioni o i disegni di legge che restano a prendere polvere nei cassetti delle commissioni. Chi conosce i regolamenti sa che quegli strumenti oggi sono inutili per cambiare davvero le cose.
La sfida della Costituzione - La proposta della garante è tanto semplice quanto dirompente: usare la Costituzione. L’articolo 62 permette a un terzo dei parlamentari di convocare una seduta straordinaria delle Camere. È l’unica via per obbligare il Parlamento a discutere del carcere nella sua interezza e complessità, senza scorciatoie. “Credo che tutti siamo consapevoli del fatto che, pur apprezzando le intenzioni, non siano sufficienti gli interventi di fine seduta, le interrogazioni o il deposito di disegni di legge che non saranno mai presi in considerazione”, spiega Testa. “Vero è che sono strumenti a disposizione dei parlamentari ma chi ha un minimo di dimestichezza con i regolamenti parlamentari sa che non porteranno a nulla”. Serve una chiamata alla responsabilità che coinvolga tutti, nell’interesse dell’isola e del continente. La Sardegna ha già conosciuto nel suo passato il peso di una narrazione che la relegava a isola-carcere. È una stagione che appartiene alla storia e che non può essere riproposta, nemmeno indirettamente. Come ha affermato l’assessora regionale Desirè Manca al tavolo nazionale: “L’insularità non può essere assunta come criterio implicito di destinazione carceraria”.