Il carcere è una fabbrica di delinquenti: le misure alternative dovrebbero sostituire la reclusione
Francesco d’Errico
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Il Riformista
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Riassunto
L'articolo mette in luce come le misure alternative alla detenzione riducano drasticamente la recidiva, passando dal 70% di chi sconta la pena in carcere al solo 17%. L'autore critica l'attuale sistema che vede la prigione come una "scuola del crimine", proponendo di trasformare le misure alternative in pene principali per rispettare il dettato costituzionale di risocializzazione. Attraverso dati concreti, si dimostra che la sicurezza pubblica non aumenta con l'inasprimento delle pene detentive, ma con seri percorsi trattamentali e lavorativi. Questa analisi evidenzia la necessità urgente di una riforma liberale e garantista della giustizia penale italiana.
L'autore contesta l'efficacia dell'inasprimento delle pene come deterrente, evidenziando come la recidiva colpisca l'85% di chi non riceve un trattamento rieducativo contro il 15% di chi viene coinvolto in attività di studio e lavoro. L'articolo sostiene che il crimine si combatta attraverso una società più giusta e migliori opportunità economiche, piuttosto che con la semplice carcerazione punitiva. Viene inoltre criticata la tendenza politica a proporre pene più severe solo per assecondare le paure dell'opinione pubblica. Questo testo invita a una profonda riflessione sulla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione italiana.
L'autore analizza la sentenza n. 201 del 2025 della Corte Costituzionale, che ha ripristinato il dovere del magistrato di sorveglianza di valutare le istanze di liberazione anticipata, eliminando i vincoli di inammissibilità introdotti dal recente Decreto Legge 92/2024. La Consulta ha ribadito che la liberazione anticipata non è un semplice premio, ma uno strumento fondamentale per la rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto, in linea con i principi di uguaglianza della Costituzione. La decisione sottolinea come lo Stato debba garantire valutazioni periodiche del percorso detentivo per incentivare il cambiamento positivo del condannato. Questa pronuncia riafferma con forza la funzione rieducativa della pena contro le tendenze puramente punitive della legislazione attuale.
L'autore esplora il significato della giustizia attraverso la letteratura e la teologia, sostenendo che la pena debba avere una funzione rieducativa e non vendicativa. Citando Beccaria e Dostoevskij, l'articolo evidenzia come l'essere umano non coincida mai interamente con il reato commesso. Viene sottolineato il valore terapeutico della sanzione e l'importanza di investire in istruzione e lavoro all'interno delle carceri per prevenire la recidiva. Il testo richiama infine l'articolo 27 della Costituzione italiana per ribadire che una società matura deve proteggere se stessa senza disumanizzare il condannato. Questo approccio mette in luce la necessità di una riforma profonda del sistema carcerario orientata alla riparazione e alla riconciliazione.