Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati al referendum confermativo sulla riforma della Giustizia, che prevede la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente senza necessità di quorum. La riforma, firmata dal ministro Nordio, introduce due distinti Consigli Superiori della Magistratura e un'Alta Corte disciplinare per giudicare gli illeciti dei magistrati. La premier Meloni ha precisato che l'esito del voto non influirà sulla stabilità del governo, indipendentemente dalla decisione dei cittadini. Questa consultazione rappresenta un momento decisivo per ridisegnare gli equilibri del sistema giudiziario italiano.
La digitalizzazione della giustizia italiana sta subendo pesanti ritardi a causa di malfunzionamenti tecnici e resistenze culturali, portando i grandi tribunali a rinviare ulteriormente l'obbligo di deposito telematico degli atti. Nonostante la riforma Cartabia preveda un sistema completamente digitale, problemi software, hardware obsoleti e la mancanza di formazione del personale amministrativo ostacolano la transizione. Molti magistrati preferiscono ancora il cartaceo per comodità di consultazione, mentre il timore di errori informatici spinge il sistema a permettere il ritorno alla carta per non bloccare le inchieste. Questa situazione evidenzia le croniche difficoltà strutturali del sistema giudiziario italiano nel recepire l'innovazione tecnologica.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 543/2025, ha stabilito che il sequestro probatorio di dispositivi informatici è legittimo anche senza l'indicazione di una data di scadenza per l'estrazione dei dati. Secondo i giudici, il principio di proporzionalità deve essere garantito, ma il Pubblico Ministero non è obbligato a prevedere tempi certi che potrebbero ostacolare le indagini tecniche più complesse. La tutela degli indagati rimane assicurata dalla possibilità di richiedere la restituzione dei beni qualora la durata del vincolo diventi irragionevole. Questa sentenza sottolinea la necessità di bilanciare l'efficacia dell'azione penale con il diritto alla riservatezza dei dati digitali.
In seguito alla rivolta nel carcere di Massama, la garante Irene Testa denuncia il collasso del sistema penitenziario in Sardegna, caratterizzato da un grave sovraffollamento e una cronica carenza di personale. Attualmente, le strutture dell'isola ospitano 2.583 detenuti a fronte di soli 2.374 posti disponibili, aggravando le condizioni di sicurezza e la salute dei ristretti. I sindacati segnalano turni di lavoro insostenibili per gli agenti, mentre emerge la crescente difficoltà di gestire detenuti con patologie psichiatriche in assenza di percorsi formativi adeguati. Questa situazione evidenzia la necessità di interventi strutturali urgenti per garantire la dignità e la sicurezza all'interno delle carceri isolane.
La casa circondariale di Vasto è teatro di gravi disordini a seguito del secondo decesso di un detenuto in meno di una settimana, entrambi avvenuti per cause apparentemente naturali. Gennarino De Fazio della Uilpa segnala violente proteste che hanno causato feriti tra gli agenti, evidenziando una carenza di organico del 53% nonostante l'assenza ufficiale di sovraffollamento. Il sindacato invoca provvedimenti immediati per potenziare il personale, ammodernare le strutture e garantire l'assistenza sanitaria per ripristinare la dignità e la sicurezza nell'istituto. Questo tragico evento conferma la situazione di emergenza sempre più profonda in cui versano le carceri italiane.
Il nuovo tavolo istituzionale su Sollicciano ha fissato come priorità il reinserimento sociale, sanitario e professionale dei detenuti per contrastare l'altissimo tasso di recidiva. Tra le criticità principali emergono la mancanza di documenti per circa 300 reclusi stranieri e le condizioni strutturali degradate del carcere, che limitano lo spazio per i percorsi progettuali. L'obiettivo è migliorare la circolazione delle informazioni tra amministrazione penitenziaria e servizi territoriali per garantire continuità terapeutica, specialmente per i detenuti con problemi psichiatrici. Questo scenario evidenzia l'urgenza di investimenti ministeriali e di una collaborazione costante tra istituzioni per risolvere le criticità croniche del sistema carcerario fiorentino.
L'articolo analizza lo stallo politico che da due anni impedisce la nomina del Garante comunale per i diritti dei detenuti a Rieti, nonostante la necessità evidenziata da tragici eventi passati. Il ritardo è attribuito a divisioni interne alla maggioranza comunale, che lasciano il penitenziario in una condizione di grave isolamento sociale e geografico. Nonostante l'impegno di realtà della società civile per l'inserimento lavorativo, come l'Associazione Seconda Chance, la mancanza di una figura istituzionale di coordinamento tra città e carcere resta una criticità irrisolta. L'autrice conclude rivolgendo un appello al Consiglio Comunale affinché superi le divergenze politiche per dare finalmente attuazione a questo ruolo fondamentale di garanzia.
La Garante Monia Scalera ha visitato la Casa circondariale di Teramo per consegnare giocattoli ai figli dei detenuti, un'iniziativa volta a tutelare i legami affettivi e i diritti dell'infanzia. Grazie alla generosa donazione di "Dudù Giochi" e alla collaborazione con Unicef Teramo, i doni saranno distribuiti anche nelle strutture di Chieti, supportando i bambini in situazioni di fragilità. L'evento, sostenuto dalle istituzioni locali, ha ribadito l'importanza di garantire attenzione e cura a ogni minore, indipendentemente dal contesto familiare. Questa iniziativa evidenzia la necessità di umanizzare il sistema carcerario per proteggere i diritti fondamentali dei figli dei detenuti.
Il progetto artistico 'Venus', promosso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti insieme all'artista Joana Vasconcelos, coinvolge gli studenti della NABA in laboratori creativi presso contesti di fragilità, inclusi il carcere di Rebibbia e vari ospedali. L'iniziativa mira a favorire l'inclusione sociale e il dialogo attraverso la produzione di manufatti che comporranno un'opera installativa esposta a Roma dal 18 gennaio. Grazie alla collaborazione con partner come la Fondazione Severino, l'attività ha offerto alle donne detenute e ad altre persone vulnerabili un'importante occasione di ascolto e relazione. Questo progetto evidenzia il valore della pratica artistica come strumento fondamentale per il riscatto sociale e l'umanizzazione dei luoghi di detenzione e cura.
L'articolo analizza il saggio 'Tecnofascismo' di Donatella Di Cesare, che esplora l'emergere di un nuovo modello autoritario basato sulla fusione tra etnocrazia e tecnocrazia, esemplificato dalla politica di Donald Trump. Questa deriva trasforma la democrazia in un regime di esclusione che colpisce le minoranze e promuove lo 'sciovinismo del benessere' a favore dei soli cittadini nativi. Di Cesare propone come alternativa un'etica della responsabilità basata sulla solidarietà e sulla cura dell'altro per superare il sovranismo identitario. Questa riflessione evidenzia i rischi di una trasformazione illiberale delle democrazie contemporanee verso forme di nazionalismo escludente.
L'articolo critica il concetto di "guerra necessaria", denunciando come la spesa militare globale abbia raggiunto il record di 2.700 miliardi di dollari a discapito della sicurezza umana. L'autore promuove l'idea di una "Pace positiva" che affronti le cause profonde dei conflitti, come povertà e crisi climatica, investendo in welfare e istruzione invece che in armamenti. Viene evidenziato che le enormi risorse destinate agli eserciti potrebbero invece risolvere emergenze globali quali fame, analfabetismo e mancanza di cure mediche. Questo sottolinea l'urgenza di un cambio di rotta nelle politiche internazionali per garantire uno sviluppo realmente sostenibile.
L'articolo critica duramente la risposta del Ministro Piantedosi sul caso di Assan, un migrante con problemi psichiatrici trattenuto per mesi nel CPR di Milano prima di essere trasferito in Albania. Nonostante sia stato dichiarato inidoneo a Gjader, l'uomo è stato riportato in Italia e abbandonato senza assistenza, rendendosi infine irreperibile. Il testo denuncia l'inadeguatezza delle valutazioni mediche nei centri e la violazione dei regolamenti che vietano la detenzione di persone vulnerabili. Questa vicenda solleva gravi interrogativi sulla tutela dei diritti umani e sulla gestione della salute mentale all'interno del sistema di detenzione amministrativa italiano.
Gianni Oliva analizza la crisi del diritto internazionale, segnalando il passaggio da un sistema di regole collettive nate dopo il 1945 a un ritorno alla pura legge del più forte. L'autore critica duramente l'approccio di Donald Trump, accusandolo di smantellare ottant'anni di diplomazia e istituzioni attraverso azioni unilaterali e una retorica basata sulla supremazia militare. Questo scenario umilia lo sforzo etico delle generazioni passate e sostituisce il confronto democratico con l'arbitrio di chi possiede gli arsenali più potenti. L'articolo conclude invitando l'opinione pubblica e la politica alla partecipazione attiva come unico contrappeso necessario all'uso della forza, richiamando l'urgenza di non restare indifferenti di fronte a questi cambiamenti straordinari.
L'articolo analizza gli 'Enhanced Games', competizioni dove il doping è permesso, vedendoli come riflesso di una società che esalta la forza pura sopra ogni regola. Gabriele Segre spiega che trasformare l'infrazione in 'ottimizzazione' segna una rivoluzione culturale dell'illimitato che influenza anche la politica e l'etica pubblica. In questo contesto, le istituzioni e i limiti morali non sono più visti come garanzie, ma come ostacoli che i più forti si sentono legittimati a superare. L'autore avverte che questa accettazione dell'onnipotenza riduce la capacità della società di giudicare e contenere il potere. Ciò evidenzia la necessità urgente di ripristinare il valore dei limiti condivisi per evitare che i cittadini diventino semplici spettatori passivi.
Matthias Monroy
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Il Manifesto (originale: quotidiano tedesco Nd)
L'Italia e l'Unione Europea prevedono di istituire a Bengasi un nuovo centro di comando marittimo e infrastrutture di sorveglianza per la guardia costiera della Libia orientale. L'iniziativa, finanziata dal Fondo europeo per la pace tramite la missione Irini, mira a coordinare i respingimenti dei migranti ('pullback') delegando l'azione alle autorità locali per aggirare i vincoli legali della Corte europea dei diritti dell'uomo. Il progetto solleva gravi preoccupazioni umanitarie poiché potrebbe legittimare milizie locali già accusate di torture e violazioni dei diritti umani. Questa strategia evidenzia la controversa tendenza dell'UE verso l'esternalizzazione delle frontiere in contesti di instabilità politica.
I Paesi Bassi rappresentano un'eccezione in Europa, avendo chiuso circa 19 istituti di pena negli ultimi quindici anni grazie a una costante riduzione della popolazione carceraria. Il modello olandese punta su pene alternative, come lavori socialmente utili e monitoraggio elettronico, investendo in politiche sociali e prevenzione per abbattere i tassi di criminalità e recidiva. Nonostante le critiche legate alla perdita di posti di lavoro nel settore, i dati confermano che la sicurezza pubblica non è diminuita, permettendo la riconversione delle ex carceri in spazi abitativi o culturali. Questa esperienza dimostra che la sicurezza può essere garantita attraverso il reinserimento sociale, sfidando la logica della pura repressione.
In seguito alla caduta del regime di Maduro, le autorità venezuelane hanno iniziato la liberazione di diversi prigionieri politici, tra cui i cittadini italiani Biagio Pilieri e Luigi Gasperin. Questo provvedimento, definito un 'gesto di pace', ha coinvolto figure di rilievo come l'ex candidato Enrique Márquez, sebbene molti altri restino ancora in attesa del rilascio. Il ministro degli Esteri Tajani ha lodato il successo della diplomazia italiana, pur ribadendo la necessità di continuare a lavorare per la libertà di tutti i connazionali ancora detenuti. La situazione rimane incerta per prigionieri come Alberto Trentini e Perkins Rocha, ancora reclusi in strutture note per le dure condizioni di detenzione. Questa vicenda sottolinea la fragilità del processo di democratizzazione e la necessità di un monitoraggio internazionale costante sui diritti umani in Venezuela.
L'articolo riporta la testimonianza di Noor, una studentessa di Teheran, nel contesto delle nuove ondate di protesta scoppiate in Iran a fine 2025 contro la dittatura e la crisi economica. Le manifestazioni, che hanno già causato oltre 40 morti e migliaia di arresti, vedono i cittadini invocare la libertà e, per la prima volta in modo così diffuso, il ritorno dell'erede dello scià Reza Pahlavi. Noor descrive una realtà di privazioni estreme, fame e repressione costante, dichiarandosi pronta a rischiare la vita per un futuro laico e dignitoso. Questo scenario conferma la profonda e violenta frattura tra il popolo iraniano e il regime teocratico, evidenziando una crisi umanitaria che richiede l'attenzione della comunità internazionale.