La spesa militare toglie risorse allo sviluppo e alla pace
Francesco Vignarca
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Avvenire
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Riassunto
L'articolo critica il concetto di "guerra necessaria", denunciando come la spesa militare globale abbia raggiunto il record di 2.700 miliardi di dollari a discapito della sicurezza umana. L'autore promuove l'idea di una "Pace positiva" che affronti le cause profonde dei conflitti, come povertà e crisi climatica, investendo in welfare e istruzione invece che in armamenti. Viene evidenziato che le enormi risorse destinate agli eserciti potrebbero invece risolvere emergenze globali quali fame, analfabetismo e mancanza di cure mediche. Questo sottolinea l'urgenza di un cambio di rotta nelle politiche internazionali per garantire uno sviluppo realmente sostenibile.
L'articolo analizza la preoccupante tendenza contemporanea a normalizzare la guerra e il riarmo, segnando il declino di un'epoca che aveva ripudiato il conflitto dopo le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. L'autore richiama l'Articolo 11 della Costituzione italiana, sottolineando come l'impegno attivo per la pace venga oggi trascurato a favore di interessi bellici ed economici. Attraverso il pensiero del generale Smedley Butler, viene suggerito che i conflitti siano spesso alimentati da logiche di profitto piuttosto che da necessità diplomatiche. Questa riflessione mette in guardia contro la perdita di una coscienza storica collettiva che considerava la guerra come un punto di non ritorno.
L'articolo analizza l'attuale crisi dell'ordine mondiale, descrivendo un'epoca dominata da leader nazionalisti e 'cesaristi' che mettono in discussione le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale. L'autrice evidenzia il pericoloso legame storico tra i conflitti bellici e l'inflazione, ricordando come l'instabilità economica possa favorire l'ascesa di regimi autoritari. Inoltre, vengono esaminati i rischi legati alle politiche daziarie e alla possibile esplosione della bolla speculativa dell'intelligenza artificiale, che minacciano la tenuta delle democrazie liberali. Questa analisi sottolinea l'urgente necessità di monitorare i nessi tra economia e potere politico per evitare che la legge del più forte prevalga definitivamente sul diritto globale.
L'autrice esplora la distinzione tra vendetta e giustizia, definendo quest'ultima una conquista civile necessaria per superare gli istinti primordiali. Di fronte ai conflitti globali, Maraini analizza il dilemma tra la resa e la resistenza, sostenendo che la vera difesa debba basarsi sul rispetto delle regole internazionali e dell'integrità territoriale. Viene lanciato un appello affinché l'ONU sia liberata dai veti paralizzanti, diventando un arbitro capace di applicare una giustizia mondiale effettiva. L'articolo conclude con l'auspicio di una pace giusta piuttosto che una resa comoda, sottolineando l'importanza di una governance globale che operi per il bene dei popoli. Questo intervento evidenzia la fragilità delle attuali istituzioni internazionali di fronte alle spinte bellicose contemporanee.