L'articolo analizza la preoccupante tendenza contemporanea a normalizzare la guerra e il riarmo, segnando il declino di un'epoca che aveva ripudiato il conflitto dopo le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. L'autore richiama l'Articolo 11 della Costituzione italiana, sottolineando come l'impegno attivo per la pace venga oggi trascurato a favore di interessi bellici ed economici. Attraverso il pensiero del generale Smedley Butler, viene suggerito che i conflitti siano spesso alimentati da logiche di profitto piuttosto che da necessità diplomatiche. Questa riflessione mette in guardia contro la perdita di una coscienza storica collettiva che considerava la guerra come un punto di non ritorno.
L'articolo critica il concetto di "guerra necessaria", denunciando come la spesa militare globale abbia raggiunto il record di 2.700 miliardi di dollari a discapito della sicurezza umana. L'autore promuove l'idea di una "Pace positiva" che affronti le cause profonde dei conflitti, come povertà e crisi climatica, investendo in welfare e istruzione invece che in armamenti. Viene evidenziato che le enormi risorse destinate agli eserciti potrebbero invece risolvere emergenze globali quali fame, analfabetismo e mancanza di cure mediche. Questo sottolinea l'urgenza di un cambio di rotta nelle politiche internazionali per garantire uno sviluppo realmente sostenibile.
L'autrice esplora la distinzione tra vendetta e giustizia, definendo quest'ultima una conquista civile necessaria per superare gli istinti primordiali. Di fronte ai conflitti globali, Maraini analizza il dilemma tra la resa e la resistenza, sostenendo che la vera difesa debba basarsi sul rispetto delle regole internazionali e dell'integrità territoriale. Viene lanciato un appello affinché l'ONU sia liberata dai veti paralizzanti, diventando un arbitro capace di applicare una giustizia mondiale effettiva. L'articolo conclude con l'auspicio di una pace giusta piuttosto che una resa comoda, sottolineando l'importanza di una governance globale che operi per il bene dei popoli. Questo intervento evidenzia la fragilità delle attuali istituzioni internazionali di fronte alle spinte bellicose contemporanee.
L'articolo analizza le conseguenze dell'attacco statunitense in Venezuela, mettendo in guardia contro la tentazione di dichiarare la fine definitiva del diritto internazionale a favore della forza. Tommaso Greco sostiene che arrendersi alla "legge del più forte" favorisca solo chi viola le regole, ricordando che il diritto dipende dalla volontà e dai comportamenti di chi deve applicarlo. L'autore invita l'Europa a non cedere alla logica del riarmo, ma a farsi custode del patrimonio giuridico globale per ripristinare un ordine basato sulle regole. Questa riflessione evidenzia la necessità di non legittimare la violenza come unico strumento di regolazione dei conflitti globali.