A seguito del tragico omicidio di uno studente a La Spezia, il governo Meloni intende accelerare l'approvazione di un decreto 'anti lame' per contrastare l'aumento dei reati commessi da giovanissimi. Il pacchetto sicurezza prevede pene fino a tre anni per il porto abusivo di coltelli, aggravanti per reati commessi nelle scuole e sanzioni per i genitori che non vigilano sui minori. Mentre la maggioranza punta su una linea di tolleranza zero e repressione, le opposizioni criticano la misura definendola uno slogan che trascura la prevenzione e le radici sociali della violenza. Questa vicenda mette in luce la complessa sfida di garantire la sicurezza nelle scuole italiane bilanciando rigore legislativo e interventi educativi.
Laura D’Urbino, presidente del Tribunale dei minori di Brescia, descrive una crescita preoccupante della criminalità giovanile legata a fragilità psicologiche e all'abuso di sostanze come Rivotril e Lyrica. L'intervista evidenzia come molti ragazzi commettano reati gravi in stato di incoscienza, spesso senza la possibilità di accedere a comunità terapeutiche adeguate a causa della cronica mancanza di risorse e strutture specializzate. Il sistema giudiziario minorile, gravato da una carenza del 40% del personale, si trova spesso costretto a ricorrere al carcere come unica soluzione residua per i casi più complessi. Questa situazione sottolinea la necessità critica di investire nella prevenzione e in percorsi di cura per evitare che il disagio giovanile si trasformi in una emergenza sociale permanente.
Alfio Sciacca e Andrea Barsanti
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Corriere della Sera
Un diciannovenne di nome Abanoub Youssef è stato ucciso a coltellate da un compagno di scuola presso l’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, apparentemente per motivi di gelosia legati ai social media. Nonostante l'aggressore fosse noto per aver portato armi a scuola in precedenza, non si è riusciti a prevenire la tragedia che ha sconvolto l'intera comunità. Gli insegnanti descrivono la vittima come un ragazzo ben integrato e sottolineano lo shock per un atto di violenza avvenuto in un ambiente considerato sicuro. Questo drammatico evento solleva interrogativi urgenti sulla sicurezza scolastica e sulla gestione di segnali di pericolo già manifesti tra gli studenti.
L'articolo analizza l'attuale deriva repressiva della giustizia minorile in Italia attraverso la testimonianza della psicologa e mediatrice Francesca Mosiello. Il modello tradizionale, basato sulla deistituzionalizzazione e sulla riparazione del danno, sta lasciando il posto a un approccio carcerocentrico che ignora i successi educativi e i percorsi di mediazione del passato. La giustizia riparativa viene indicata come lo strumento più efficace per la responsabilizzazione dei giovani, poiché permette un confronto diretto tra reo e vittima per ricostruire il legame sociale infranto. Questo cambiamento di rotta mette in discussione l'efficacia del sistema penale nel prevenire la recidiva e nel tutelare la funzione rieducativa della pena per i minori.
L’autore sostiene che la violenza giovanile odierna non sia un conflitto generazionale, ma l’espressione di un disagio psicologico rivolto verso se stessi o i propri coetanei. Lancini critica le soluzioni puramente punitive, come le multe ai genitori o il divieto degli smartphone, considerandole risposte semplificate che non affrontano la complessità della sofferenza adolescenziale. Secondo lo psicologo, è necessario che gli adulti offrano modelli di identificazione positivi e instaurino relazioni autentiche capaci di accogliere anche le emozioni più disturbanti. Questo intervento evidenzia la necessità urgente di un'alfabetizzazione emotiva degli adulti per supportare realmente le nuove generazioni invece di reprimerle.
Il 19 e 20 gennaio si terrà a San Michele Salentino un importante incontro dedicato ai diritti dei detenuti e al loro reinserimento sociale. L'evento vedrà il confronto tra garanti territoriali, istituzioni e numerose associazioni del Terzo Settore per promuovere percorsi educativi e professionali innovativi. Attraverso testimonianze dirette di operatori e cooperative, si discuterà di come trasformare la detenzione in un'opportunità di crescita e lavoro. Questa iniziativa sottolinea l'importanza della sinergia tra istituzioni e società civile per garantire la dignità umana e una maggiore sicurezza collettiva.
Pastificio Futuro è un laboratorio di pasta artigianale nato presso il carcere minorile di Casal del Marmo a Roma per offrire formazione e lavoro regolare ai giovani detenuti. Ispirato dall'incontro tra Papa Francesco e il cappellano don Gaetano Greco, il progetto punta al reinserimento sociale attraverso l'apprendimento di un mestiere e la responsabilità condivisa. L'iniziativa, simboleggiata da un murale colorato sulle mura di cinta, trasforma il concetto di pena in un percorso di riscatto e speranza. Questo progetto dimostra come il lavoro dignitoso rappresenti uno strumento fondamentale per abbattere le barriere del pregiudizio e costruire un futuro reale per i giovani in uscita dal sistema penale.
Il progetto 'Senza Catene', promosso dall’Arcidiocesi di Catania in occasione del Giubileo 2025, ha tracciato un bilancio positivo riguardo al reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Grazie a una raccolta fondi superiore a 50.000 euro, sono stati attivati tirocini per adulti e servizi di trasporto per minori detenuti impegnati in percorsi di studio e formazione professionale. L'iniziativa ha inoltre garantito la donazione di beni materiali urgenti, come coperte ignifughe, e prevede di espandersi nel 2026 con nuove borse lavoro e collaborazioni con aziende locali. Questo progetto evidenzia l'importanza cruciale di offrire percorsi concreti di riscatto per favorire una riabilitazione effettiva e ridurre la marginalità sociale.
A Palermo, la cooperativa sociale Al Revés ha trasformato un bene confiscato alla mafia nella "Sartoria Sociale", un laboratorio che offre percorsi di riscatto a persone con trascorsi difficili. Sotto la guida di Rosalba Romano e Roseline Eguabor, il progetto ricicla tessuti e "ricuce" esistenze sfilacciate, promuovendo una moda etica e responsabile che arriva nei quartieri con l'iniziativa mobile "Ape & Filo". L'attività coinvolge anche donne recluse nel carcere Pagliarelli, creando una rete di solidarietà che trasforma la vulnerabilità in opportunità professionale. Questo esempio di economia civile evidenzia come il riutilizzo dei beni confiscati possa generare reale inclusione e speranza per il territorio.
L’autore analizza l’inedita crisi globale scaturita dall’intreccio tra il declino delle democrazie e il crollo dell’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda guerra mondiale. Grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Israele vengono citate per aver intrapreso azioni che ignorano i trattati internazionali, mescolando operazioni di polizia e conflitti bellici per scopi territoriali. Parallelamente, anche democrazie storiche come quella americana mostrano una preoccupante deriva autoritaria, con un indebolimento dei sistemi di controllo a favore di un potere esecutivo sempre più arbitrario. Questa regressione verso una divisione del mondo in imperi governati dalla forza mette in luce la fragilità delle attuali istituzioni globali. Tale scenario evidenzia l'urgente necessità di ripensare i meccanismi di tutela del diritto internazionale e della tenuta democratica interna.
Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha negato al Consiglio comunale di Modena l'autorizzazione a svolgere una seduta presso il carcere Sant’Anna, impedendo l'ascolto della relazione della Garante dei detenuti all'interno della struttura. L'articolo denuncia le gravi condizioni dell'istituto, caratterizzato da sovraffollamento, carenza di organico e tassi di recidiva elevati, criticando una gestione politica che tende a isolare il carcere dalla società civile. Secondo l'autore, questa decisione e l'aumento della burocrazia ostacolano i progetti di reinserimento e la trasparenza democratica. La vicenda mette in luce la crescente chiusura delle istituzioni penitenziarie verso il mondo esterno, sollevando interrogativi sulla funzione rieducativa della pena e sul rapporto tra carcere e territorio.
Il Garante regionale Stefano Anastasia ha visitato il carcere di Civitavecchia, riscontrando un preoccupante tasso di sovraffollamento del 175% che compromette la dignità dei detenuti. Oltre all’eccessivo numero di presenze, la struttura soffre di gravi carenze di organico tra la Polizia penitenziaria, l'area pedagogica e quella sanitaria. I Garanti hanno annunciato l'invio di raccomandazioni formali alla direzione per tentare di risolvere le criticità rilevate durante il monitoraggio. Questa situazione evidenzia la necessità di un intervento immediato per ripristinare condizioni di vita dignitose all'interno degli istituti penitenziari.
L'autrice critica la trasformazione del carcere di San Michele ad Alessandria in un istituto per il regime 41 bis, lamentando la mancanza di coinvolgimento delle istituzioni locali in questa decisione. Il provvedimento rischia di smantellare anni di progetti di rieducazione e reinserimento sociale, aggravando al contempo la situazione già critica del carcere Don Soria, segnato da carenze strutturali e un alto tasso di suicidi. Viene invocato un cambio di paradigma che sostituisca la logica emergenziale con una gestione basata sulla dignità umana e sulla responsabilità condivisa. Questa situazione evidenzia una crisi profonda della funzione costituzionale della pena nel sistema carcerario italiano.
Giovanna Francesca Russo, Garante regionale della Calabria, ha assunto il ruolo di Coordinatrice nazionale dei Garanti regionali con l'obiettivo di uniformare gli standard di tutela dei detenuti in tutta Italia. In un'intervista, Russo sottolinea che il rispetto dei diritti fondamentali non si oppone alla sicurezza, ma è uno strumento essenziale per ridurne le tensioni e prevenire la recidiva. Le priorità individuate riguardano il potenziamento della sanità penitenziaria tramite la telemedicina e una riorganizzazione strutturale necessaria per contrastare l'influenza della criminalità organizzata. Questo approccio, basato sulla misurazione dei risultati e la responsabilità istituzionale, mira a trasformare le eccellenze locali in modelli nazionali replicabili. Ciò evidenzia come un coordinamento armonizzato sia fondamentale per garantire la dignità umana e la legalità all'interno del sistema carcerario italiano.
Durante la conferenza Stato-Regioni, l'assessora sarda Rosanna Laconi ha espresso una netta opposizione all'ipotesi di dedicare tre istituti penitenziari dell'Isola esclusivamente ai detenuti in regime di 41 bis, denunciando il mancato coinvolgimento della Regione e l'insufficienza delle strutture sanitarie locali. Il sottosegretario Andrea Delmastro ha giustificato la segretezza del progetto con ragioni di sicurezza nazionale, sostenendo che reparti specializzati garantirebbero una gestione più sicura rispetto all'attuale promiscuità dei circuiti carcerari. La presidente Alessandra Todde ha reagito con forza, chiedendo un’informativa urgente e invitando tutte le forze politiche a difendere la Sardegna dall'essere etichettata come la 'Cayenna d’Italia'. Questa vicenda solleva interrogativi critici sul delicato equilibrio tra le strategie di sicurezza nazionale e il rispetto delle istanze territoriali.
Il governo intende concentrare gli oltre 750 detenuti in regime di 41-bis in soli sette istituti penitenziari dedicati, gestiti esclusivamente dal Gruppo Operativo Mobile (GOM). La Regione Sardegna si oppone fermamente al progetto, temendo di diventare una colonia penale e denunciando i rischi per la sanità locale e la sicurezza. Il sottosegretario Delmastro giustifica la misura come necessaria per adempiere a una sentenza della Corte Costituzionale sulle ore d'aria, nonostante le critiche dei garanti dei detenuti. Questa iniziativa segna una svolta verso un modello di carcerazione di super-massima sicurezza che interroga profondamente il rispetto dei diritti dei detenuti in Italia.
L'articolo analizza le tensioni interne al governo sul nuovo pacchetto sicurezza, evidenziando la divergenza tra l'approccio cauto di Fratelli d’Italia e quello allarmista della Lega. Le nuove misure puntano sulla repressione di soggetti vulnerabili, come minori e migranti, includendo scudi penali per le forze dell'ordine e restrizioni alle manifestazioni. Critici ed esperti, tra cui l’associazione Antigone, denunciano una deriva che sacrifica lo Stato di diritto e i diritti costituzionali in favore della propaganda politica. Questo approccio solleva dubbi sull'effettiva efficacia di una strategia che risponde a problemi sociali complessi esclusivamente con il diritto penale.
Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato Fsa-Cnpp-Spp, ha proposto l'invio di almeno 1.000 militari per sorvegliare i perimetri delle carceri italiane e contrastare l'introduzione illegale di droga, telefoni e armi, spesso trasportati tramite droni. La richiesta scaturisce da una cronica carenza di organico e da un aumento esponenziale delle aggressioni ai danni degli agenti, che nel 2025 sono state oltre 2.400. Oltre all'estensione dell'operazione 'Strade sicure' alle aree penitenziarie, il sindacato sollecita l'assunzione di almeno 7.000 nuove unità per ripristinare il controllo dello Stato all'interno degli istituti. Questa proposta sottolinea la situazione emergenziale del sistema penitenziario italiano, evidenziando la necessità di interventi immediati per tutelare la sicurezza del personale e della comunità.
L'articolo denuncia le condizioni disumane e incostituzionali delle sezioni di Alta Sicurezza nel carcere di Opera a Milano, emerse a seguito di una visita dell'associazione Nessuno tocchi Caino. L'autore descrive un ambiente degradato fatto di cemento e isolamento, dove il sovraffollamento e la scarsità di attività lavorative o educative negano i diritti fondamentali e la dignità dei detenuti. Viene rivolto un appello al Ministro della Giustizia per riformare l'architettura penitenziaria e introdurre misure come la liberazione anticipata per contrastare l'emergenza carceraria. Questa testimonianza evidenzia una crisi profonda del sistema penale che richiede interventi urgenti per garantire il rispetto dei principi costituzionali.