Modena. Il Dap chiude le porte al Consiglio comunale in carcere
Riassunto
Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha negato al Consiglio comunale di Modena l'autorizzazione a svolgere una seduta presso il carcere Sant’Anna, impedendo l'ascolto della relazione della Garante dei detenuti all'interno della struttura. L'articolo denuncia le gravi condizioni dell'istituto, caratterizzato da sovraffollamento, carenza di organico e tassi di recidiva elevati, criticando una gestione politica che tende a isolare il carcere dalla società civile. Secondo l'autore, questa decisione e l'aumento della burocrazia ostacolano i progetti di reinserimento e la trasparenza democratica. La vicenda mette in luce la crescente chiusura delle istituzioni penitenziarie verso il mondo esterno, sollevando interrogativi sulla funzione rieducativa della pena e sul rapporto tra carcere e territorio.
Il Dubbio, 17 gennaio 2026
Il Consiglio comunale di Modena aveva deciso: la seduta del 15 gennaio si sarebbe tenuta nella Casa Circondariale S. Anna, per ascoltare la Relazione annuale della Garante dei detenuti, professoressa Giovanna Laura De Fazio. Da mesi era arrivata l’autorizzazione della Direzione dell’istituto di pena. Ma nella giornata del 13 gennaio, appena 36 ore prima, il Dap ha comunicato il suo diniego, senza spiegarne i motivi. È una decisione grave e un segnale chiarissimo: si vuole che il carcere rimanga un luogo chiuso, impermeabile. La città non deve avervi accesso.
Solo pochi giorni fa, durante la Commissione Servizi del Consiglio comunale, abbiamo ascoltato la Garante dei detenuti, il presidente delle Camere penali, associazioni, istituzioni penitenziarie e sanitarie, sindacati. Il Sant’Anna è stato definito un “piccolo inferno”, una situazione “abominevole”. Sovraffollamento, carenze strutturali, organici insufficienti, morti. Oggi ci sono circa 203 agenti, 50 in meno rispetto alla previsione della pianta organica (253), turni insostenibili, tensione nelle sezioni, attività trattamentali ridotte ai minimi termini, difficoltà anche nell’accompagnare le persone alle cure esterne, suicidi. La popolazione carceraria è quasi doppia rispetto ai numeri regolamentari, e una sezione è inagibile per problemi strutturali e di sicurezza. Non sappiamo se qualcuno ha riferito a Roma le risultanze catastrofiche emerse durante la commissione consiliare, incidendo sulla scelta del Dap.
Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e chi ha le deleghe politiche sul Dap, hanno avuto paura che il Consiglio entrasse in carcere per ascoltare la relazione della Garante, perché ascoltarla seduti sulle poltrone del municipio è cosa ben diversa dall’ascoltarla dopo aver passato il muro di cinta del penitenziario, aver sentito il freddo di quei muri grigi e la sofferenza che vi si respira? È in ogni caso una vicenda istituzionale incresciosa, figlia di una linea politica del sottosegretario meloniano Delmastro, che ha la delega sul sistema penitenziario, linea politica garantista per sé e forcaiola per gli altri. Negli ultimi mesi - e chi frequenta il carcere lo sa benissimo - una serie di circolari del Dap hanno ancor più irrigidito e centralizzato autorizzazioni per attività culturali, educative, ricreative e volontariato. Burocrazia aggiunta a burocrazia per ostacolare progettualità e reinserimento. E a Modena lo abbiamo visto: quante volte i volontari sono arrivati ai cancelli e non sono stati fatti entrare? Quante attività programmate e autorizzate sono poi saltate senza motivo? Penso ai cineforum organizzati dalla Caritas.
Il carcere è lo specchio dello Stato. Anche a Modena quello specchio restituisce un’immagine cupa. In Commissione è emerso anche che il carcere usato è come contenimento della marginalità sociale. Povertà, dipendenze, fragilità psichiatriche, stranieri finiscono dietro il muro del carcere, lontano dalla vista della città. Così la risposta penale smette di essere extrema ratio. Ma non è nemmeno una scorciatoia, perché un detenuto costa circa 350 euro al giorno, a fronte di tassi di recidiva che arrivano al 65%. Un modello che dissipa risorse, lede diritti, mette in difficoltà chi lavora negli istituti, non produce sicurezza e non produce reinserimento.
Molte realtà del Terzo settore suppliscono con risorse proprie e progetti efficaci, dimostrando che un’alternativa esiste, ma vengono ostacolate dalla “gabbia d’acciaio” della burocrazia del Dap. Anche il consiglio comunale è stato ingabbiato dalla immotivata decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: si ha paura della democrazia? Si pensa che i consiglieri democraticamente eletti siano una minaccia per la sicurezza del carcere? Non si sa, non ci è stato spiegato. Questo è inaccettabile.
Il motto della Polizia Penitenziaria richiama la speranza: garantire la speranza. E invece il Dap da mesi chiude, centralizza, taglia i legami con la città, riduce gli spazi di relazione e di umanità. Quella seduta in carcere sarebbe servita a testimoniare a chi è ristretto e a chi lavora dentro la Casa Circondariale Sant’Anna che la città è presente e si interessa alle loro sorti. Non ci è stato consentito. Un ringraziamento a chi nonostante tutto questo resiste e con generosità porta speranza e luce con il proprio lavoro e con il proprio servizio, nonostante ci sia chi preferirebbe che dentro il carcere calasse definitivamente il buio. Coraggio e avanti!
*Avvocato, Consigliere comunale di Modena