La presidente del Tribunale per i minori: “Reati triplicati, ragazzi devastati dalle droghe”
Riassunto
Laura D’Urbino, presidente del Tribunale dei minori di Brescia, descrive una crescita preoccupante della criminalità giovanile legata a fragilità psicologiche e all'abuso di sostanze come Rivotril e Lyrica. L'intervista evidenzia come molti ragazzi commettano reati gravi in stato di incoscienza, spesso senza la possibilità di accedere a comunità terapeutiche adeguate a causa della cronica mancanza di risorse e strutture specializzate. Il sistema giudiziario minorile, gravato da una carenza del 40% del personale, si trova spesso costretto a ricorrere al carcere come unica soluzione residua per i casi più complessi. Questa situazione sottolinea la necessità critica di investire nella prevenzione e in percorsi di cura per evitare che il disagio giovanile si trasformi in una emergenza sociale permanente.
Corriere della Sera, 17 gennaio 2026
Sempre più diffuso l’uso di coltelli: “Dicono di averli come tutti, minimizzano fatti gravi”. “Il termine maranza? È sicuramente gergale, noi giudici non lo usiamo, salvo per volerci riferire al nuovo fenomeno di gruppi di ragazzini, spesso minorenni o neomaggiorenni, che stazionano nelle nostre città e commettono reati, a volte senza rendersene conto. L’etichetta però è una semplificazione, perché quando si esaminano i singoli comportamenti ci si accorge che ogni caso è a sé e il fenomeno è estremamente complesso”. Droga, psicofarmaci, problemi psichiatrici, coltelli, social, adulti smarriti di fronte a cambiamenti veloci: ecco la complessità.
La conosce bene Laura D’Urbino, neopresidente del Tribunale dei minori di Brescia, giudice minorile dal 1999.
Ogni ragazzo ha una storia personale, ma i minori che arrivano davanti al giudice in fondo hanno qualcosa in comune?
“Sono ragazzi estremamente fragili, portatori di bisogni non risolti. Spesso hanno utilizzato e utilizzano in età estremamente precoce sostanze stupefacenti o psicofarmaci, anche associati tra loro o all’alcol, e sono già portatori di problematiche psichiatriche”.
Si parla di psicofarmaci non prescritti...
“Sì, esiste un mercato nero. Le sostanze più diffuse sono Rivotril e Lyrica, che hanno effetti devastanti e a volte paradossi: il Rivotril era usato come antiepilettico, dovrebbe calmare, ma assunto in forti dosi e associato spesso all’alcol mette i ragazzi in stato di agitazione e di totale incapacità. Commettono rapine in strada in rapida successione, ma poi al giudice dicono: “Può darsi, ma non mi ricordo”. Con un uso continuativo, in poco tempo, sviluppano problematiche psichiatriche”.
Quali strumenti avete?
“In certi casi disponiamo perizie psichiatriche, spesso il consulente conclude per una incapacità di intendere e volere, ma anche per la pericolosità sociale. Il giudice si trova nella condizione di applicare una misura di sicurezza, senza però la disponibilità di comunità terapeutiche adeguate alla complessità della problematica del minore”.
In che senso?
“Questi ragazzi avrebbero bisogno di comunità a doppia diagnosi, dove essere da un lato contenuti e dall’altro curati. Ma le pochissime comunità a livello nazionale sono piene e hanno lunghe liste d’attesa. Ci si trova così a lasciare i ragazzi, in estrema ratio, in carcere, inadeguato però a rispondere ai loro complessi bisogni; oppure, peggio, sul territorio, come del resto succede per gli adulti. C’è una cronica e allarmante mancanza di risorse”.
Le misure di sicurezza richiedono anche un monitoraggio, ulteriore lavoro...
“È poco risaputo, ma all’interno del Tribunale dei minori abbiamo anche il Tribunale di Sorveglianza dei minori. Siamo sei magistrati più il presidente, con un’attenzione assente nei nostri confronti a livello di risorse. Questo per quanto riguarda i magistrati, che svolgono funzioni sia penali che civili - con oltre 2.500 sopravvenienze annue -, e per quanto riguarda il personale amministrativo, con carenze del 40%. Eppure abbiamo avuto un’esplosione dei reati commessi da minorenni. L’impressione è di lavorare per forza sull’emergenza, meno sulla prevenzione”.
In che misura sono aumentati i reati?
“I reati contro il patrimonio, per intendersi i furti, sono passati da 294 nell’anno (giudiziario, ndr) 2022-2023, a 654 nel successivo, a 742 nell’ultimo”.
Si parla di distretto, la proporzione può valere anche per Bergamo?
“Sì. Le rapine sono aumentate da 84 nel 2023-2024 a 287 nel 2024-2025. Le estorsioni da 25 a 67. Lo spaccio di droga da 53 a 143 nuovi fascicoli. Le violenze sessuali da 27 nel 2022-23 a 35 e 90 nei successivi. Un altro fenomeno in aumento e particolarmente angosciante è quello dei maltrattamenti in famiglia, quasi sempre commessi da minori assuntori di sostanze psicotrope. Sono aumentate anche le richieste di misure cautelari: 104 rispetto alle 82 dell’anno precedente”.
A proposito di misure cautelari: il carcere è veramente l’estrema ratio?
“È la misura massima e residuale. Il collocamento in comunità consente, invece, di svolgere dei percorsi rieducativi con la messa alla prova, soprattutto se il ragazzo aderisce. Sono esperienze spesso positive, perché i minori, se non sono del tutto compromessi, comprendono il percorso. Nell’ultimo anno abbiamo disposto 37 misure cautelari in comunità e 57 in carcere, queste in aumento rispetto alle 42 dell’anno prima. Molti dei ragazzi in carcere sono minori stranieri non accompagnati che scappano dalle comunità e si danno alla vita di strada. Facciamo fatica a contenerli se non con la misura cautelare massima perché sono compromessi, spesso anche a livello psichiatrico e per l’abuso di sostanze”.
Il carcere serve o rovina?
“Ho sperimentato che una breve esperienza in carcere, quando viene poi sostituita con il collocamento in comunità, motiva il ragazzo ad aderire al percorso successivo. Questo, però, se il minore ha delle risorse residue su cui lavorare. Purtroppo nell’ultimo periodo abbiamo notato un aggravamento delle problematiche di tipo sanitario, per cui in carcere finiscono quasi solo i ragazzi rispetto ai quali è difficile pensare a percorsi alternativi”.
E una volta diventati maggiorenni?
“Per via del sovraffollamento anche delle carceri minorili, al compimento del 18° anno vengono trasferiti nelle carceri per adulti, anziché restare per completare il percorso educativo avviato come dovrebbe essere”.
Capita che le famiglie non abbiano avvisaglie e restino sbalordite dai guai dei figli?
“Sì, famiglie normali, almeno apparentemente. Ricordo il caso di un sedicenne che ha ucciso una prostituta. Non era noto ai servizi sociali, frequentava con profitto la scuola, svolgeva piccoli lavoretti per aiutare la famiglia”.
Ma di fronte a un caso del genere che spiegazione ci si può dare?
“La mancanza di una motivazione comprensibile dall’adulto, forse anche dall’autore del reato, ex post, è una costante. Come nel caso dell’uso del coltello. I ragazzi dicono: “L’ho usato perché ho avuto l’impressione che mi guardasse male”. Non sono motivi futili, sono motivi inesistenti”.
I ragazzini citano mai i trapper come riferimenti?
“Non mi è capitato. Ma forse anche l’accesso precoce ai social di ragazzi così immaturi normalizza la violenza trasmessa via social, perché i minori non distinguono che cosa è reale da che cosa non lo è”.
L’uso del coltello è dunque emerso come fenomeno…
“Sì, è molto diffuso. Spesso i minori si giustificano con il fatto che lo portano tutti, quindi anche loro, per difendersi. Anche questo viene normalizzato”.
Minimizzano? Per la serie: “Gli ho solo preso le cuffiette”.
“Non sono consapevoli di commettere reati anche gravi. Prendere le cuffiette a un coetaneo ma in gruppo, usando violenza o minaccia, magari mostrando il coltello, è una rapina aggravata. Lo raccontano come se fosse il passatempo del pomeriggio. Così come dicono che cedere droga senza farsi pagare non sia spaccio, invece lo è”.
Un tempo si parlava delle cattive compagnie.
“Il tema del gruppo c’è. I ragazzi non hanno la capacità di dissociarsi, non si rendono conto che stare nel gruppo mentre qualcuno commette il reato significa partecipare. Dicono: “Ma io non ho fatto nulla”. Ma se sono presenti e non interrompono, per esempio la rapina, hanno rafforzato l’intento criminoso dell’amico”.
Da una ricerca dell’Università per il Comune emerge che il luogo più frequentato dai ragazzi è la strada.
“L’ho letta e mi ha ricordato un tema molto caro a don Fausto Resmini, cioè che l’educatore deve stare in strada, andare nel luogo dei ragazzi per raggiungerli. Loro hanno bisogno, da un lato, di presenza e autorevolezza, e dall’altro di affetto”.
Rigore e affetto: mancano da parte delle famiglie?
“È emersa un’altra problematica enorme. Quella dei figli di seconda generazione con famiglie straniere integrate ma portatrici della cultura del genitore che interviene e sanziona, anche in maniera forte. È capitato che per un cellulare ritirato una ragazzina si gettasse dalla finestra. In altri casi, i figli denunciano i genitori di maltrattamenti, anche se non sono veri, perché sono arrabbiati con loro. Questi sono genitori in difficoltà e smarriti di fronte a comportamenti nuovi. Bisogna anche mettersi nei loro panni”.