Trattenimento nei Cpr: escluso il ricorso straordinario per errore di fatto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1049 del 2026, ha stabilito che il ricorso straordinario per errore di fatto è uno strumento riservato esclusivamente ai condannati in sede penale e non si applica ai soggetti sottoposti a misure amministrative. Il caso riguardava un cittadino straniero che contestava il trattenimento in un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), ma la Corte ha ribadito che tale misura non accerta una responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che, nonostante l'incidenza sulla libertà personale, il trattenimento resta estraneo alla nozione di condanna, rendendo inammissibile l'impugnazione straordinaria. Questa decisione evidenzia la netta distinzione procedurale tra sanzioni detentive e provvedimenti amministrativi di pubblica sicurezza.

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Viola il divieto del ne bis in idem il processo per lesioni dopo la condanna per maltrattamenti

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1341/2026, ha riaffermato il principio del ne bis in idem, stabilendo che una persona già condannata in via definitiva per maltrattamenti in famiglia non può subire un secondo processo per lesioni basato sui medesimi fatti. I giudici hanno chiarito che l’identità del fatto dipende dalla condotta materiale e dall'evento storico, a prescindere dalla diversa qualificazione giuridica o da nuove aggravanti contestate. La decisione sottolinea che l'elemento soggettivo del reato non influisce sull'operatività del divieto di un secondo giudizio, proteggendo così l'imputato da azioni penali reiterate. Questo verdetto ribadisce la centralità della tutela del cittadino contro la duplicazione dei procedimenti penali per la medesima condotta materiale.

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“No al salva-casta”: l’appello dei 5 Stelle contro la riforma Nordio

Il Movimento 5 Stelle ha lanciato la campagna "No al Referendum salva casta" per opporsi alla riforma costituzionale della magistratura prevista per marzo 2026. Secondo il movimento guidato da Giuseppe Conte, la riforma non affronta i problemi reali di efficienza del sistema, ma punta a indebolire l'indipendenza dei magistrati a favore del potere politico. Tra le critiche principali figurano lo spreco di risorse per un secondo CSM e il rischio di creare una classe politica intoccabile a discapito dei diritti dei cittadini comuni. Questa presa di posizione evidenzia lo scontro istituzionale in atto sulla separazione dei poteri e sull'autonomia del potere giudiziario in Italia.

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La campagna per il referendum sulla giustizia è fatta soprattutto di mistificazioni

Il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo il referendum sulla riforma della giustizia, ma la campagna elettorale è già segnata da forti distorsioni e strumentalizzazioni. L'autore evidenzia come entrambi gli schieramenti abbiano utilizzato impropriamente figure di alto profilo, citando false dichiarazioni di Falcone e Borsellino o ipotizzando arbitrariamente il voto del Presidente Mattarella. Tra fake news e interpretazioni forzate, il dibattito pubblico sembra allontanarsi da un confronto ragionato sul merito tecnico della separazione delle carriere. Questa situazione evidenzia la necessità di un'informazione più corretta per permettere ai cittadini una scelta consapevole su un tema costituzionale così delicato.

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La rissa sulla Giustizia non giova a nessuno

L'autore analizza l'aspro scontro tra governo e magistratura sulla riforma della giustizia, denunciando come il dibattito si sia trasformato in una lotta di potere e propaganda anziché in un confronto per migliorare l'efficacia del sistema. Andò critica in particolare il peso delle "correnti" giudiziarie, sostenendo che queste fazioni minaccino la reale indipendenza dei magistrati influenzando carriere e nomine, come accaduto storicamente a Giovanni Falcone. Viene auspicato un dialogo responsabile tra politica e magistratura che metta al centro i diritti dei cittadini e il concetto di "giustizia giusta". Questa analisi evidenzia la necessità impellente di superare le logiche corporative per restaurare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

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Referendum sulla Giustizia, un calendario che promette un’escalation delle tensioni

Il referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, vede i sostenitori del No impegnati in una corsa contro il tempo per raccogliere le firme necessarie a chiederne il rinvio. La riforma propone la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, con il fronte del Sì attualmente in vantaggio su un'opposizione che appare frammentata. La premier Meloni cerca di depoliticizzare l'evento per evitare i rischi di una crisi di governo, mentre PD e M5S puntano a una forte contrapposizione. Poiché non è richiesto il quorum, la vittoria dipenderà esclusivamente dalla capacità di mobilitazione delle minoranze. Questa situazione solleva un interrogativo critico sulla legittimità di modificare la Costituzione con una partecipazione popolare potenzialmente molto bassa.

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Il vero valore del referendum

L'articolo analizza l'imminente referendum sulla giustizia, evidenziando come la consultazione rappresenti un test politico sulla stabilità del governo Meloni piuttosto che un semplice voto tecnico. L'autore sottolinea lo scontro tra politica e magistratura, evidenziando la bassa fiducia dei cittadini verso entrambi i poteri e criticando il metodo decisionista con cui la riforma è stata approvata in Parlamento. La complessità della materia rischia di essere oscurata da narrazioni semplificate e strumentali, trasformando il voto in una scelta tra garanzie democratiche e spinte autoritarie. Questo scenario evidenzia una profonda crisi di legittimità che attraversa le istituzioni chiave del sistema italiano.

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Carceri: una strategia della tensione

L'articolo analizza la crescente crisi del sistema carcerario italiano, segnato nel 2025 da un picco di 80 suicidi e da un grave sovraffollamento dovuto alle recenti politiche governative. L'autore critica l'introduzione sperimentale dello spray al peperoncino per la polizia penitenziaria e la possibile adozione di ulteriori armi "a letalità attenuata" negli spazi ristretti delle celle. Nonostante le denunce di associazioni e esponenti politici, la gestione delle carceri sembra orientarsi verso una repressione che ignora il benessere dei reclusi. Questo scenario evidenzia una preoccupante deriva autoritaria che rischia di esasperare ulteriormente le tensioni nel sistema penitenziario nel corso del 2026.

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C’erano una volta, in Italia, la grazia e l’amnistia

Franco Corleone analizza la grave crisi del sistema carcerario italiano, denunciando l'abbandono di provvedimenti di clemenza come l'amnistia e il drastico calo delle grazie presidenziali negli ultimi decenni. Nonostante la diminuzione dei reati gravi, il sovraffollamento ha raggiunto la quota critica di 64.000 detenuti, portando a condizioni di vita inumane che violano i diritti fondamentali e la dignità della persona. L'autore critica l'attuale deriva repressiva del Governo e promuove un'assemblea pubblica per il 6 febbraio per sollecitare riforme urgenti e il ripristino della legalità costituzionale nelle carceri. Questa situazione evidenzia un'emergenza umanitaria e un pericoloso arretramento del senso di civiltà nel sistema penale italiano.

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Lecce. La Garante dei detenuti: “Criticità nella struttura, biblioteca e cucina ancora non attivi”

La Garante dei detenuti di Lecce, Maria Mancarella, ha denunciato gravi criticità e disservizi presso l’Istituto penitenziario minorile locale, riaperto di recente dopo vent'anni di inattività. Durante la sua visita sono emerse carenze strutturali significative, tra cui la mancanza di aree sportive, il malfunzionamento dei servizi di base come l'acqua calda e l'assenza di attività scolastiche o laboratoriali. Viene inoltre segnalata un'insufficienza di personale e di progetti educativi approvati, limitando di fatto le possibilità di riabilitazione per i giovani ospiti. Questa situazione evidenzia l'urgenza di interventi strutturali e organizzativi per garantire standard dignitosi e percorsi rieducativi efficaci nel sistema penale minorile.

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Livorno. La denuncia del Garante: “C’è chi vorrebbe tenere aperte le vecchie sezioni detentive”

Dopo un iter di oltre dieci anni, il carcere 'Le Sughere' di Livorno vedrà entro pochi mesi l'apertura di un nuovo padiglione da 120 posti, ma restano forti dubbi sulla gestione del sovraffollamento. Il Garante dei detenuti, Marco Solimano, denuncia il rischio che la vecchia sezione 'transito' rimanga operativa nonostante le condizioni fatiscenti e degradanti in cui vivono i ristretti. Con un tasso di sovraffollamento del 134%, la mancata chiusura delle strutture obsolete comprometterebbe la dignità dei detenuti e l'efficacia dei percorsi trattamentali. Questa situazione evidenzia la cronica difficoltà del sistema penitenziario italiano nel bilanciare le carenze strutturali con il rispetto dei diritti fondamentali.

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Verona. Torture in questura, i pm chiedono pene dure: “Parlano le immagini”

I pubblici ministeri di Verona hanno richiesto condanne fino a oltre sette anni per due ex poliziotti accusati di tortura e falso in atto pubblico ai danni di persone vulnerabili, come tossicodipendenti e stranieri. Le prove principali consistono in filmati che documentano aggressioni fisiche e insulti razziali avvenuti tra il 2022 e il 2023 nella stanza dei fermati della questura. Oltre a questo processo, un'altra inchiesta parallela coinvolge altri 16 agenti per reati simili, delineando quello che l'accusa definisce un sistema di abuso e prevaricazione. Questo caso solleva gravi interrogativi sulla tutela dei diritti umani e sulla condotta delle forze dell'ordine all'interno delle strutture di detenzione.

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Gianni Alemanno: “Sempre più insofferente al teatrino della politica”

In un’intervista, Gianni Alemanno racconta la sua esperienza nel carcere di Rebibbia, denunciando il sovraffollamento come una violazione dei diritti umani che rasenta il trattamento inumano. L’ex sindaco critica l’ipocrisia della politica attuale sulla gestione delle pene e promuove provvedimenti di clemenza per decongestionare gli istituti penitenziari. Insieme a Fabio Falbo, ha scritto il libro 'L’emergenza negata' per evidenziare il collasso del sistema carcerario italiano, spesso ignorato dai media e dalle istituzioni. Tale situazione richiama l'attenzione sull'urgenza di una riforma della giustizia che tuteli effettivamente la dignità dei detenuti.

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Iran. Trump rilancia e parla alle piazze: “L’aiuto degli Usa sta per arrivare”

L'articolo riporta la drammatica repressione in Iran, dove si stima che le vittime tra i manifestanti abbiano raggiunto le 12.000 unità a causa dell'uso indiscriminato della forza da parte del regime. Il presidente statunitense Donald Trump ha reagito introducendo dazi commerciali e incitando i cittadini iraniani a proseguire la rivolta, mentre l'Alto Commissario ONU ha condannato la violenza e l'uso di esecuzioni capitali per scopi politici. Nonostante gli oltre 10.000 arresti e la propaganda governativa che definisce i manifestanti come terroristi, le proteste per il cambiamento fondamentale del Paese continuano ogni notte. Questa situazione sottolinea l'urgenza di un intervento coordinato della comunità internazionale per fermare le violazioni dei diritti umani in corso.

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Venezuela. Il sit-in delle mamme al confine: “Adesso liberate anche i nostri figli”

Al confine tra Colombia e Venezuela, le cosiddette “donne della frontiera” manifestano per chiedere la liberazione dei propri familiari detenuti nelle carceri venezuelane con l'accusa di spionaggio. Molti prigionieri, come Brandon Josué Castaño Ocampo, rimangono in cella nonostante abbiano già scontato la pena, in un contesto di forte tensione politica e sospetto verso i cittadini colombiani. Le famiglie denunciano condizioni carcerarie disumane, malattie gravi e numerosi casi di persone scomparse lungo i 2.200 chilometri di confine. Nonostante alcuni recenti rilasci, la mobilitazione continua con l'obiettivo di riportare a casa tutti i prigionieri e ottenere verità sui dispersi. Questa situazione evidenzia una grave crisi umanitaria e la sistematica violazione dei diritti umani nelle zone di frontiera latinoamericane.

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Iran. L’Italia si muova per la liberazione di Djalali

Il dottor Ahmadreza Djalali, scienziato legato all'università di Novara, resta prigioniero in Iran dal 2016 con una condanna a morte emessa dopo un processo farsa. Nonostante le continue pressioni internazionali e la cittadinanza onoraria italiana, le richieste di liberazione avanzate anche dalla Svezia sono rimaste finora senza risposta. L'articolo esorta la diplomazia italiana a intensificare gli sforzi per salvare la vita dello studioso, prendendo esempio da recenti successi diplomatici ottenuti in Venezuela. Questo caso sottolinea l'urgenza di un impegno umanitario costante a fronte delle sistematiche violazioni dei diritti civili in Iran.

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Iran. Non sarà Trump ad aiutare la liberazione

L'articolo analizza i pericoli di un eventuale intervento militare esterno in Iran, ricordando i fallimenti storici occidentali in Medio Oriente e il ruolo del forte nazionalismo persiano come collante sociale. Alberto Negri sottolinea come azioni passate abbiano spesso rafforzato il regime invece di democratizzare il Paese, alimentando la retorica della minaccia straniera. Nonostante le mire di Donald Trump sulle risorse petrolifere, un attacco diretto rischierebbe di trascinare l'Occidente in un conflitto lungo e dagli esiti incerti. Questa analisi evidenzia la complessità geopolitica di una nazione che rimane un pilastro strategico e culturale nel cuore del Medio Oriente.

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Invece dell’amnistia, lo spray al peperoncino

L'autrice critica la scelta del governo di introdurre lo spray al peperoncino nelle carceri invece di promuovere misure come l'indulto per affrontare il cronico sovraffollamento e l'alto tasso di suicidi. Le strutture penitenziarie sono descritte come luoghi degradati dove i diritti fondamentali alla salute e alla dignità umana vengono sistematicamente negati. L'adozione di nuovi strumenti repressivi riflette una visione del sistema carcerario orientata alla punizione e all'esclusione, piuttosto che alla riabilitazione e al reinserimento sociale. Ciò evidenzia una criticità allarmante per il sistema penale italiano, che sembra privilegiare la repressione rispetto alla tutela della dignità della persona.

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