Iran. L’Italia si muova per la liberazione di Djalali
Emanuele Azzità
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Corriere di Torino
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Riassunto
Il dottor Ahmadreza Djalali, scienziato legato all'università di Novara, resta prigioniero in Iran dal 2016 con una condanna a morte emessa dopo un processo farsa. Nonostante le continue pressioni internazionali e la cittadinanza onoraria italiana, le richieste di liberazione avanzate anche dalla Svezia sono rimaste finora senza risposta. L'articolo esorta la diplomazia italiana a intensificare gli sforzi per salvare la vita dello studioso, prendendo esempio da recenti successi diplomatici ottenuti in Venezuela. Questo caso sottolinea l'urgenza di un impegno umanitario costante a fronte delle sistematiche violazioni dei diritti civili in Iran.
Il mondo cattolico e diverse organizzazioni sociali italiane si stanno mobilitando per sostenere i popoli di Iran e Venezuela nella loro lotta per la democrazia e i diritti umani. Tra le iniziative principali, la Cisl ha organizzato una fiaccolata per il 23 gennaio davanti all'ambasciata iraniana, mentre associazioni come Acli e Azione Cattolica chiedono un ruolo più centrale per l'Europa nella gestione delle crisi internazionali. L'obiettivo è spingere la comunità globale a intervenire contro i massacri e a garantire asilo politico a chi combatte per la propria libertà contro regimi oppressivi. Questa mobilitazione sottolinea l'urgenza di un impegno civile e diplomatico che vada oltre la semplice indignazione per sostenere concretamente l'autodeterminazione dei popoli.
L'articolo analizza la delicata situazione dei cittadini italiani detenuti in Venezuela, tra cui il cooperante Alberto Trentini e il giornalista Biagio Pilieri, in un contesto di forti tensioni tra la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez e il ministro dell’Interno Diosdado Cabello. Nonostante i segnali di apertura verso gli Stati Uniti e la possibile revisione dei casi, la Farnesina appare incerta sui numeri reali dei prigionieri, attirandosi critiche per la gestione comunicativa del dossier. La famiglia di Trentini ha richiesto il silenzio mediatico per evitare che strumentalizzazioni politiche compromettano le trattative per la scarcerazione. Questa vicenda mette in luce le difficoltà della diplomazia italiana e l'urgenza di una mappatura affidabile dei detenuti per garantire il rispetto dei diritti umani.
L'inchiesta documenta la drammatica situazione di 46 italiani detenuti in Venezuela, di cui 28 reclusi per ragioni politiche o con accuse pretestuose sotto il regime di Maduro. Tra i casi citati figurano il cooperante Alberto Trentini e il giornalista Biagio Pilieri, trattenuti in condizioni inumane in carceri di massima sicurezza come El Rodeo I. Il governo italiano, con la mediazione della Chiesa, sta intensificando i negoziati diplomatici per ottenerne la scarcerazione, mentre le famiglie denunciano gravi problemi di salute e sparizioni forzate. Questa vicenda sottolinea l'urgenza di una protezione diplomatica rafforzata per i cittadini italiani coinvolti in crisi politiche internazionali.