Verona. Torture in questura, i pm chiedono pene dure: “Parlano le immagini”
Riassunto
I pubblici ministeri di Verona hanno richiesto condanne fino a oltre sette anni per due ex poliziotti accusati di tortura e falso in atto pubblico ai danni di persone vulnerabili, come tossicodipendenti e stranieri. Le prove principali consistono in filmati che documentano aggressioni fisiche e insulti razziali avvenuti tra il 2022 e il 2023 nella stanza dei fermati della questura. Oltre a questo processo, un'altra inchiesta parallela coinvolge altri 16 agenti per reati simili, delineando quello che l'accusa definisce un sistema di abuso e prevaricazione. Questo caso solleva gravi interrogativi sulla tutela dei diritti umani e sulla condotta delle forze dell'ordine all'interno delle strutture di detenzione.
Corriere di Verona, 14 gennaio 2026
Nell’udienza di ieri i pubblici ministeri Carlo Boranga e Chiara Bisso hanno chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi e a 3 anni e 10 mesi per l’ex poliziotto A.M. e il suo ex collega L.C.. I due sono accusati di “aver torturato” alcune persone in stato di fermo o arresto, perlopiù tossicodipendenti o stranieri senza fissa dimora, e vi aver falsificato dei verbali. Lo schiaffo a Mattia Tacchi e l’aggressione a Nicolae Daju con lo spray al peperoncino dopo averlo trascinato a terra. Quelle azioni sono state cristallizzate tra il 2022 e il 2023 dalle telecamere dell’Acquario, la stanza fermati in via Lungadige Galtarossa.
E sono proprio quelle immagini a rappresentare per i pubblici ministeri Carlo Boranga e Chiara Bisso, titolari della maxi inchiesta sulle violenze in questura, la prova regina del processo a carico delgli ex poliziotti, accusati di tortura su alcune persone in stato di fermo o arresto, perlopiù tossicodipendenti o stranieri senza fissa dimora, e di aver falsificato, in alcune circostanze, dei verbali. Il procedimento è ormai agli sgoccioli e ieri i due pm, dopo quasi tre ore di discussione, hanno depositato una lunga memoria di 180 pagine e chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi per M., accusato anche di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, e 3 anni e 10 mesi a C., a cui sono state contestate anche le lesioni su uno dei fermati con l’aggravante della discriminazione o dell’odio raziale. “I filmati nella sala Acquario parlano chiaro - ha detto ieri in udienza Bisso - e le prove raccolte dai sistemi di videosorveglianza non sono ancora mai state messe in discussione dalla Cassazione”.
A prendere la parola è poi toccato alla parte civile, in particolare alle avvocate Alice Chiementin e Rania Maadani che fin dall’inizio del processo rappresentano i fermati Nicolae Daju, preso di mira da Migliore, e Adil Tantoui, colpito con un calcio da C. che gli avrebbe anche detto “marocchino di m..., sei un bas...”. “Il mio assistito ha subito una doppia ingiustizia ha spiegato l’avvocata Maadani. Aveva chiamato la polizia perché era stato ferito alla testa e si è ritrovato ad essere arrestato e portato in questura, ma non si è mai capito perché.
È stato lo stesso M. a riferire che C. riteneva Adil una persona fastidiosa e voleva portarlo in direttissima, accusandolo di resistenza a pubblico ufficiale. Tantoui non solo ha subito violenza fisica, ma è anche stato insultato”. Un trattamento che ha spinto l’avvocata a chiedere un risarcimento per “danni alla salute, alla reputazione, alla dignità e per discriminazione”. Infine è stato l’avvocato Dario Lunardon per il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale a definire l’atteggiamento degli imputati M. e C. “un sistema di abuso e prevaricazione sulla parte più debole della società”.
La prossima udienza sarà a febbraio sempre davanti al giudice Raffaele Ferraro e toccherà alle difese di A.M. e L. C. rappresentati dagli avvocati Marco Pezzotti, Giuseppe Rossi Divita, Filippo Vicentini e Stella Romano - discutere le contestazioni formulate dall’accusa. Nel frattempo, sempre in febbraio, si chiuderà, davanti alla giudice Arianna Busato, l’udienza preliminare di un procedimento parallelo e che riguarda 16 poliziotti, ex colleghi di C. e M.. I reati contestati sono tortura, lesioni, peculato, omessa denuncia di reato e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.