Referendum sulla Giustizia, un calendario che promette un’escalation delle tensioni

Riassunto

Il referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, vede i sostenitori del No impegnati in una corsa contro il tempo per raccogliere le firme necessarie a chiederne il rinvio. La riforma propone la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, con il fronte del Sì attualmente in vantaggio su un'opposizione che appare frammentata. La premier Meloni cerca di depoliticizzare l'evento per evitare i rischi di una crisi di governo, mentre PD e M5S puntano a una forte contrapposizione. Poiché non è richiesto il quorum, la vittoria dipenderà esclusivamente dalla capacità di mobilitazione delle minoranze. Questa situazione solleva un interrogativo critico sulla legittimità di modificare la Costituzione con una partecipazione popolare potenzialmente molto bassa.

di Massimo Franco
Corriere della Sera, 14 gennaio 2026
Inizia la corsa contro il tempo dei sostenitori del No, che vogliono raccogliere mezzo milione di firme entro fine gennaio per fare ricorso e cercare così di far slittare la consultazione. Il referendum sulla giustizia è confermato per il 22 e 23 marzo prossimi. La decisione del governo, scontata, è arrivata lunedì pomeriggio. Ma adesso comincia la corsa contro il tempo dei sostenitori del No, che vogliono raccogliere mezzo milione di firme entro fine gennaio per fare ricorso e cercare così di far slittare la consultazione: toccherebbe alla Corte costituzionale rivedere la data. Già la tempistica contrastata, tuttavia, lascia capire quali e quante tensioni si addensino sulle prossime settimane di campagna referendaria.
Il fronte a favore sia della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sia di un Csm eletto per sorteggio, appare più compatto. E non a caso viene dato in netto vantaggio rispetto allo schieramento del No. Tra l’altro, a sinistra, in particolare nel Pd, non esiste uno schieramento granitico, né finora un ordine di scuderia che obblighi in teoria tutti a esprimersi contro la riforma. È significativo il convegno di lunedì a Firenze nel quale esponenti prestigiosi del centrosinistra come l’ex presidente della Consulta, Augusto Barbera, hanno confermato il Sì.
Soprattutto, i promotori hanno teso a smantellare la narrativa secondo la quale il governo di Giorgia Meloni punterebbe a mettere sotto tutela la magistratura: nonostante l’insistenza con la quale soprattutto FI parla di una riforma che dovrebbe vendicare i processi “politici” contro Silvio Berlusconi. Il tentativo della maggioranza è di togliere il più possibile la patina politica e governativa al referendum. Non a caso, la premier ha già fatto sapere che, se sconfitta, non si dimetterebbe. È un modo per smarcarsi dalla “sindrome Matteo Renzi”: il premier che gettò la spugna dopo il referendum sull’abolizione del Senato, perso nel 2016.
Ma la politicizzazione sarà difficilmente evitabile. Nel grosso del Pd, in sintonia con l’Anm, il No è una bandiera obbligata: anche per non essere scavalcato dalla virulenza con la quale viene brandita dal M5S, e per gli attacchi della coalizione di governo all’ordine giudiziario. Non a caso, si accredita la volontà di Palazzo Chigi di vincere per poi andare al voto anticipato. Prevedere che i toni si alzeranno non è azzardato, dunque, anche perché la consultazione incrocerà le tensioni sulla nuova legge elettorale. La data del 22 e 23 marzo verrà usata dal No per sostenere che il governo ha fretta, preoccupato da una virtuale rimonta avversaria. In realtà, non essendo necessario il quorum del 50% più uno dei votanti, prevarrà chi mobiliterà al meglio la propria minoranza. C’è da chiedersi se modificare la Costituzione con una partecipazione minoritaria, chiunque prevalga, sia giusto. Ma questo è un altro discorso.