Gianni Alemanno: “Sempre più insofferente al teatrino della politica”

Riassunto

In un’intervista, Gianni Alemanno racconta la sua esperienza nel carcere di Rebibbia, denunciando il sovraffollamento come una violazione dei diritti umani che rasenta il trattamento inumano. L’ex sindaco critica l’ipocrisia della politica attuale sulla gestione delle pene e promuove provvedimenti di clemenza per decongestionare gli istituti penitenziari. Insieme a Fabio Falbo, ha scritto il libro 'L’emergenza negata' per evidenziare il collasso del sistema carcerario italiano, spesso ignorato dai media e dalle istituzioni. Tale situazione richiama l'attenzione sull'urgenza di una riforma della giustizia che tuteli effettivamente la dignità dei detenuti.

di Laura Defendi
La Prealpina, 14 gennaio 2026
Gianni Alemanno, ci spiega com’è cambiato il suo sguardo sulla politica e sulla giustizia, quando da primo cittadino di Roma è diventato cittadino” di Rebibbia? “La prima risposta più banale, ma necessaria perché ci sono molti maldicenti, è che il mio sguardo sulla Giustizia non è molto cambiato entrando in carcere. Ho sempre pensato che la Giustizia italiana abbia molti problemi e che quando il sovraffollamento carcerario supera certi livelli non bisogna “vergognarsi” - come oggi fa Giorgia Meloni - di emanare dei provvedimenti di clemenza che riducano il numero dei detenuti. Ci tengo a ribadire di essere stato uno dei tre parlamentari di destra che, in dissenso dal proprio gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale, votarono a favore dell’indulto del 2006, l’ultimo che è fatto in Italia.
La seconda risposta, più complessa, è la seguente: sono diventato molto più insofferente rispetto all’ipocrisia di chi detiene il potere. Per carità. anch’io a mio tempo avrò fatto questo errore, ma - soprattutto sull’emergenza carceraria - oggi si sta superando ogni limite e mi pare veramente di assistere al “teatrino della politica”, dove è più importante fare marketing elettorale che capire veramente i problemi della gente e i drammi sociali”.
Nella sua lunga carriera è stato anche ministro delle Politiche agricole e forestali: se oggi fosse al posto del ministro Lollobrigida su quali priorità si focalizzerebbe?
“Non ho grandi critiche o proposte da fare a Lollobrigida, anche perché mi pare che la sua politica sia molto ispirata dalla Coldiretti, che rappresenta la più importante e seria organizzazione professionale agricola del nostro paese. Magari sarei più duro e radicale nelle trattative a Bruxelles, ma questo non dipende da Lollobrigida: dipende da tutto il governo Meloni che in Unione Europea, al di là delle dichiarazioni roboanti, è troppo timido e subalterno”.
Come hanno reagito i suoi sostenitori alle vicende giudiziarie?
“Con grande indignazione perché ritengono che mi sia stata inflitta un’ingiustizia. È dal 2014 che va avanti questa vicenda giudiziaria: sono stato accusato prima di far parte di un’associazione mafiosa, accusa archiviata quasi subito dagli stessi pm, poi di essere un corrotto, accusa da cui sono stato definitivamente assolto in Cassazione. Adesso, quando tutto sembrava finito, sono stato sbattuto in carcere con delle motivazioni sostanzialmente banali e che troverò il modo di smontare. Insomma, la mia gente è stanca e indignata dall’atteggiamento che la Giustizia tiene nei miei confronti, atteggiamento che somiglia molto ad una persecuzione”.
Le manca la politica?
“Non mi manca, perché non ho mai smesso di fare politica. Anche lottare per fronteggiare l’emergenza carcere è fare politica. Non a caso, nell’ultimo congresso di “Nessuno Tocchi Caino” sono stato inserito nel Consiglio Direttivo di questa associazione, non partitica ma trasversalmente politica. Infine, vorrei ricordarvi che il partito di cui sono segretario nazionale, il Movimento Indipendenza, continua a operare, nonostante la mia attuale situazione”.
Insieme a Fabio Falbo ha scritto “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”: come è nata la collaborazione con Falbo?
“Attraverso il contatto con l’associazione Gruppo Idee e con la Rete associativa ASI, con cui facevamo volontariato tutti e due, lui dentro e io fuori. Ci siamo incontrati e ci siamo capiti subito. Io, in particolare, gli riconosco una grande esperienza e una straordinaria generosità umana. Falbo è una persona che sta in carcere da più di 16 anni e, siccome si dichiara innocente, non ha mai ot-tenuto nessun beneficio dall’amministrazione penitenziaria, nonostante si sia laureato in Giurisprudenza in carcere e, anche in base a questa sua esperienza legale, aiuti giorno e notte tutte le persone detenute del nostro braccio. Non a caso è stato soprannominato “Lo scrivano di Rebibbia”. Insieme abbiamo fatto una bella squadra: io ci ho messo la mia esperienza politica, lui la sua esperienza carceraria. Ma soprattutto ci siamo trovati quasi subito d’accordo sul fatto che c’è un limite a tutto e che le ingiustizie che vengono perpetrate nei confronti della popolazione carceraria hanno superato questo limite”.
Qual è la realtà condizione carceraria che ha testato con mano?
“È quella sintetizzata nel titolo del libro che ho scritto insieme a Fabio Falbo: le carceri italiane sono al collasso e questa emergenza sociale viene negata o ignorata da parte della politica e dei media. Cosa vuol dire? Vuol dire che nelle carceri italiane c’è un tale sovraffollamento che è stata superata la soglia prevista dall’art. 3 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che recita “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Non stiamo esagerando: ormai quasi tutti i giudici di sorveglianza riconoscono alle persone detenute di subire trattamenti inumani per il sovraffollamento nei reparti e la carenza di spazio vitale nelle celle. In queste condizioni è impossibile garantire alle persone detenute percorsi di rieducazione e riabilitazione, previsti dalla nostra Costituzione, e quindi l’applicazione dei benefici che permettono di uscire dal carcere. Gran parte della popolazione carceraria oggi è abbandonata a se stessa in condizioni di degrado e di indifferenza”.
La destra ha fatto della “certezza della pena” una bandiera: qual è la sua opinione in merito? È cambiata dopo la sua esperienza a Rebibbia?
“La “certezza della pena” va bene se viene intesa come “certezza dell’efficacia della pena”, cioè se la pena aiuta a evitare che i detenuti tornino a delinquere una volta usciti, abbattendo così la recidiva al crimine. Altrimenti le carceri si trasformano in una “università del crimine” dove i reclusi, soprattutto quelli più giovani, imparano solo a essere più cattivi e più esperti nel delinquere di nuovo quando usciranno. E quello che accade oggi, dove carceri sovraffollate e degradate vanno benissimo per chi vuole comportarsi male (perché è più difficile controllarli, come dimostra l’altissima diffusione della tossicodipendenza dentro gli istituti di pena), ma creano ostacoli insormontabili per chi vuole cambiare vita e costruirsi una prospettiva nuova di formazione e lavoro”.
Si parla della costruzione di nuove carceri, ma non si menziona il fatto che i concorsi per arruolare personale disposto a lavorare all’interno degli istituti abbiano registrato un’adesione non congrua alle necessità. Qual è, secondo lei, la direzione concreta in cui la politica dovrebbe guardare?
“Non è solo questo, anche perché nel 2026 ci saranno molti concorsi di Polizia penitenziaria, che pure non riusciranno a coprire gli enormi vuoti d’organico oggi esistenti. Il problema principale è che con il piano carceri non si riuscirà mai a risolvere il problema del sovraffollamento (come è già accaduto in passato), perché procedono troppo lentamente e perché dovrebbero servire innanzitutto a sostituire le carceri troppo obsolete che oggi stanno crollando (come Regina Coeli a Roma). Insomma, Io ripeto ancora una volta: per fronteggiare l’emergenza carceri bisogna emanare dei provvedimenti urgenti che riducano subito la popolazione carceraria - indulto, liberazione anticipata speciale per chi ha mantenuto una buona condotta, o arresti domiciliari automatici per tutti i detenuti non pericolosi che stanno arrivando alla fine della pena. Poi quando l’emergenza è stata almeno dirotta, si devono fare delle riforme strutturali per ridurre il ricorso al carcere con pene alternative e per facilitare l’uscita dal carcere alle persone detenute che hanno dimostrato di essersi realmente riabilitate, come avviene in tutti i principali Paesi europei”.
Nel suo “Diario di Cella” racconta la storia di un uomo malato oncologico che non può accedere alle cure perché “mancano le scorte per accompagnarlo”. Riesce a spiegare a chi pensa che siate “in un hotel a cinque stelle” qual è la condizione sanitaria (e psichiatrica) all’interno delle carceri?
“Il diritto alla salute non viene garantito nelle carceri italiane, dove si può essere malati anche grave-mente senza ricevere cure adeguate. Questo avviene perché i presidi sanitari interni sono inadeguati e perché, come detto, mancano le scorte per accompagnare i detenuti malati negli ospedali esterni al carcere per cure e esami medici. In queste condizioni le persone ma-late dovrebbero essere mandate agli arresti domiciliari per potersi curare con mezzi propri, ma anche questo avviene raramente. Infatti il numero di persone che muore in carcere è statisticamente molto elevato”.
Il diritto all’affettività dei detenuti è costantemente ignorato. Giungono voci di ulteriori restrizioni dopo le evasioni che abbiamo letto in cronaca. Lei come ha vissuto il distacco forzato dagli affetti...
“I limiti all’affettività, nonostante la sentenza della Corte costituzionale che ha sancito questo diritto per le persone detenute, sono altissimi, basti pensare che solo 32 istituti su 189 hanno “stanze dell’affettività” che possono garantire incontri intimi con i partner. Il problema non è tanto mio, che dovrò rimanere qui solo pochi altri mesi, ma pensiamo alle persone che rimangono in carcere per decine di anni”.
Nella sua lettera al Papa, ha scritto che “Le carceri italiane diventano ogni giorno sempre più fatiscenti e degradate, mentre cresce un sovraffollamento che sta superando ogni limite di guardia, giungendo al 138,39%, con 63.831 persone detenute su 46.124 posti disponibili. Il Papa ha risposto nella sua omelia, che effetto le hanno fatte le sue parole?
“Le parole di Papa Leone XIV all’omelia del Giubileo dei detenuti hanno ripreso quanto aveva già affermato Papa Francesco, che, ricordiamoci, qui a Rebibbia ha aperto personalmente una Porta Santa. E ci hanno aperto il cuore. Purtroppo non sono stati ascoltati da un Governo che non si è degnato neppure di mandare un suo rappresentante a San Pietro per presenziare al