Parlano i genitori di Giulio Regeni: “Ci promettono e consolano, ma i suoi assassini sono liberi”

Riassunto

A dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo, i genitori Paola e Claudio continuano la loro battaglia per la verità nonostante lo stallo del processo contro quattro ufficiali egiziani, attualmente fermo per questioni tecniche di traduzione. L'articolo denuncia la mancanza di reale cooperazione da parte dell'Egitto e la tendenza dei governi italiani a privilegiare gli interessi economici e geopolitici rispetto alla ricerca della giustizia. Nonostante i depistaggi e le difficoltà burocratiche, il sostegno civile del 'popolo giallo' rimane saldo attorno alla famiglia del ricercatore. Questa vicenda mette in luce la complessa tensione tra la ragion di Stato e la tutela dei diritti umani fondamentali dei cittadini italiani all'estero.

di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 11 gennaio 2026
Avevano ancora un piccolo sogno, piccolo fino a un certo punto. Ogni anno, i signori Regeni, Paola e Claudio, insieme al Comune di Fiumicello organizzano un evento per ricordare cosa ha subito loro figlio, fare il punto della situazione, incontrare e ringraziare tutte le persone che sostengono la ricerca di verità e giustizia. Speravano che questo 25 gennaio 2026, dieci anni esatti da quando Giulio sparì, avrebbe portato la conclusione del processo. Sogno rimandato. Sarà comunque l’occasione di radunare il “popolo giallo”, giallo come il braccialetto di gomma con il suo nome, giallo come i manifesti con il suo viso, giallo come un girasole che non appassisce: un popolo che dall’inizio di quel brutale 2016 è diventato la scorta affettiva, civile, solidale, di due genitori che non si sono mai arresi di fronte alla mostruosità del torto con cui sono stati costretti a convivere.
Si attende comunque presto la parola fine alla causa intentata contro i quattro aguzzini che per giorni hanno massacrato fino a morte il ricercatore italiano Giulio Regeni. “Tutto fermo da metà settembre, per una questione di traduzione dei testi impugnata dalla difesa. Quindi, per adesso, niente sentenza. Ma non perdiamo la speranza. Hanno provato in ogni modo a demotivarci, con trucchetti e depistaggi. Anche stavolta faremo un gran respiro e andremo avanti”“
Parlano in due, Paola e Claudio, ma è come se fossero una voce sola. Vanno avanti, in tribunale, dal 2021, quando sono stati finalmente rinviati a giudizio dalla Procura di Roma quattro ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi e il maggiore Magdi Sharif. Crimini contestati: sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime (calci, pugni, colpi di bastone e mazze), omicidio ma non tortura perché il reato è stato introdotto nel nostro codice penale solo nel 2017 e Giulio è stato straziato l’anno prima. I quattro ufficiali indagati risultano irreperibili perché la magistratura egiziana non ha fornito gli indirizzi di residenza né ha concesso ai magistrati italiani di essere presenti quando sono stati interrogati al Cairo, dove hanno negato anche l’innegabile.
L’Italia ha fatto abbastanza per abbattere questo muro di omertà? Ha mai anteposto il dovere di giustizia per Giulio alla convenienza di continuare a fare affari con l’Egitto di al Sisi? La voce dei Regeni è pacata, non rassegnata: “Da chi governava allora, esecutivo Renzi, fino a oggi, tante belle promesse ma vere pressioni zero. Proprio Renzi richiama nel 2016 l’ambasciatore ma nel 2017 Gentiloni ce lo rimanda. Ogni anno in quel Paese c’è un’importante fiera mondiale per il commercio d’armi, e noi siamo sempre presenti con Leonardo e Fincantieri. E come si possono disturbare gli affari dell’Eni in zona? C’è sempre un’ottima ragione pratica per rimandare la richiesta di verità e giustizia. Vale per Giulio, come per la liberazione di Alberto Trentini dal carcere di Caracas. Quello che abbiamo provato a fare è stato creare un percorso parallelo alla geopolitica. Ma non è una strada facile né breve”.
Perché proprio Giulio, signori Regeni? “Ce lo chiediamo ogni giorno e non abbiamo ancora trovato una risposta. Siamo davanti a una dittatura paranoica, inutile perdersi in troppe congetture. La domanda che più angoscia è se poteva essere salvato”.
L’ultimo messaggio è delle 19.41 di lunedì 25 gennaio a Gennaro Gervasio, docente di Scienze Politiche che viveva al Cairo: “Sto arrivando”. Giulio era in Egitto dall’8 settembre. Vi risulta che stesse bene? “L’avevamo sentito via Skype il giorno prima. A casa nostra c’era un vecchio amico pittore, Ivan Bidoli, a cui Giulio era molto legato. Voleva organizzare una mostra su di lui a Londra, ci teneva a intervistarlo e così ha fatto quella domenica. Normalissimo, senza un filo di preoccupazione. Certo che ci chiamava quando era via, anche durante questo che sarà il suo ultimo viaggio”. Mamma Paola ricorda una telefonata per sapere la ricetta del risotto con i funghi, “e tieni conto che qui non ho funghi, quindi per favore inventati qualcosa”.
Papà Claudio veniva magari interpellato all’improvviso per una conversione monetaria, in cui Giulio si era incartato.
Ricordano tutto, ricordano bene. “Ci siamo scritti anche la mattina di quel lunedì. Poi il silenzio, il vuoto, la tragedia. Nello spazio di tempo tra la scomparsa di Giulio e il ritrovamento di quel che resta di Giulio passano nove giorni. Palazzo Chigi è stato avvisato della sparizione? E dopo quanto? E attraverso quali uffici? Quello che risulta evidente è una lentezza ingiustificabile, una catena di palleggiamenti. Mentre era chiarissimo da subito quello che bisognava fare: arrivare ai massimi livelli delle istituzioni egiziane per avere notizie certe e immediate su dove era finito un ricercatore italiano scomparso in quella capitale. Non succederà.
L’unica cosa sicura è che proprio il 3 febbraio l’allora ministro per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, incontra al-Sisi per intavolare trattative commerciali, e durante il colloquio fa presente anche il caso di Giulio, di cui non si sa più nulla da più di una settimana. La risposta del presidente è una generica promessa: certo, mi interesserò… Poche ore dopo compare il corpo di nostro figlio, sul bordo di una strada tra il Cairo e Alessandria. La sera stessa era in programma una cena tra manager italiani e egiziani: comprensibilmente viene sospesa, ma con grande meraviglia degli ospitanti. Why? Cosa c’entra con i nostri affari? Pare che comunque la cena ci sia stata ugualmente: se non proprio il 3, il giorno dopo. Pare anche che, in tempi rapidi, diverse nostre aziende siano andate singolarmente in Egitto. E tutto questo aiuta a capire perché, alla domanda se nostro figlio poteva essere salvato, non siamo ancora riusciti a dare una risposta”.
Giulio martire lo immaginiamo con barba e baffi sottili da ragazzo, e quel sorriso disarmato e disarmante che ti guarda da manifesti, striscioni, cartelloni. Un viso che è entrato nel panorama italiano, come una ferita irreparabile e insieme come una specie di miracolo vivente. Giulio Regeni, 28 anni per sempre, era uno che si rasava con regolarità. Si era lasciato crescere un po’ di lanetta sulle guance soltanto prima di partire per l’Egitto, chissà perché. La fine è nota, ed è la ferita che non rimargina. Il miracolo è che, a dieci anni dallo strazio che è stato fatto di lui, Giulio continua a esistere e a fare cose, come titola il libro che hanno scritto per Feltrinelli i suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme ad Alessandra Ballerini, molto di più di un avvocato appassionato e infaticabile. “Senza di lei”, dicono loro, “non so dove saremmo andati”.
Quello che sappiamo è che Paola e Claudio sono precipitati all’inferno, lo hanno attraversato per quanto lungo fosse e sia, hanno poco alla volta sovrapposto i resti sfigurati del loro figlio al tanto di bene che lui ha rappresentato, e hanno trasformato la disperazione in una lotta senza tregua e senza fine per ottenere l’unica consolazione possibile: verità su chi l’ha massacrato e giustizia per gli assassini che hanno infierito per giorni sul corpo magro e l’anima bella di un ricercatore che era andato al Cairo per completare una tesi di dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge.
Non un’esperienza per lui particolarmente avventurosa o insolita. È da quando aveva 17 anni e mezzo che Giulio lasciava Fiumicello, bassa pianura del Friuli Venezia Giulia, 40 chilometri da Udine, e la casa dove abitava con i genitori e la sorella, per andare in giro a studiare: Stati Uniti, Leeds, Vienna, Cambridge. Vince anche il premio “Europa e giovani” per le sue ricerche sul Medioriente. Diventa prima assessore e poi sindaco del Governo dei Giovani di Fiumicello, una giunta parallela dove il primo cittadino giura sulla Costituzione e gestisce dei fondi per sviluppare politiche che favoriscano i ragazzi. Le sue radici sono sempre restate lì, come la stanza che abitava, all’indirizzo dove continuano ad arrivare doni, foto, disegni, oggetti inviati dal “popolo giallo”, che diventeranno una mostra dal 18 gennaio fino al 3 febbraio, una data di chiusura scelta non a caso. “Quando hai un lutto, in tanti ti consolano, poi il tempo passa, la vita continua. A noi stanno consolando da dieci anni, ed è una solidarietà che unisce ricordo e vicinanza alla richiesta ineludibile di giustizia per Giulio”.
Pria di andare in pensione, Paola era insegnante, Claudio rappresentava un’azienda di automazione industriale. La loro casa è piena di foto di famiglia, e quindi di ricordi. “Abbiamo fatto tanti viaggi con i nostri figli, felici di andare a conoscere nuovi posti, altre realtà. Sin da piccolo Giulio era molto interessato alla storia. Per esempio, chiedeva cosa succedeva in Cina ai tempi dei cavalieri in Europa. E leggeva parecchio, anche Topolino. Era curioso di tutto, delle diversità, del mondo, di come funziona, ci come si poteva cambiarlo in meglio.
Ecco, il ricercatore serio, impegnato, coerente che è poi diventato, un esempio per tanti che ha aiutato a crescere, non era per niente un tipo noioso. Giulio era molto spiritoso, teneva sempre un profilo basso, diceva che era contento quando stava a Vienna perché con qualche ora di macchina poteva tornare a casa a mangiarsi del buon pesce. E quando arrivava a Fiumicello, metteva giù la valigia e andava a chiacchierare con le due persone a cui era più legato: il pittore di 90 anni, che adesso non c’è più, e l’ex parroco, e siamo sugli 80. Gli piaceva la loro saggezza antica, capire com’erano i tempi di una volta, confrontarsi, lui cittadino di questo mondo, con chi aveva conosciuto quello di prima”.
Giulio Regeni non si stancava mai di cercare di capire, che poi per paradosso è la stessa cosa che da dieci anni stanno cercando di fare i suoi genitor