Sicurezza, Stato e sindaci devono cooperare. E servono più poliziotti
Stefano Lo Russo
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Corriere della Sera
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Riassunto
L’autore sostiene che la sicurezza non debba essere trattata come una bandiera ideologica, ma come una politica pubblica complessa che richiede coordinamento tra Stato e Comuni. L’articolo evidenzia come l'aumento delle disuguaglianze economiche e la carenza di oltre 11.000 unità nella Polizia di Stato rappresentino ostacoli strutturali alla sicurezza urbana. Piuttosto che l'inasprimento delle pene, Lo Russo invoca la certezza della sanzione e il potenziamento della funzione rieducativa del carcere per abbattere l'alto tasso di recidiva italiano. Il testo conclude sottolineando che la rigenerazione urbana e il supporto ai servizi sociali sono precondizioni essenziali per una comunità sicura. Questa analisi mette in luce l'urgenza di passare da interventi simbolici a strategie sistemiche di coesione sociale.
L'articolo esamina criticamente le politiche di sicurezza del governo Meloni, evidenziando il divario tra l'inasprimento delle pene e la cronica carenza di organico nelle forze dell'ordine. Nonostante l'introduzione di nuovi reati, la Polizia di Stato e i Carabinieri soffrono di vuoti per migliaia di unità, aggravati da un turnover insufficiente e da tempi di formazione ridotti. Sebbene gli omicidi siano in calo, i dati del 2024 mostrano un aumento di furti e violenze sessuali, alimentando la percezione di insicurezza specialmente nei grandi centri urbani. L'autrice sottolinea che aumentare le sanzioni è inefficace senza un sistema giudiziario e penitenziario dotato di risorse adeguate per renderle effettive. Ciò evidenzia la necessità di investimenti strutturali piuttosto che di soli interventi legislativi di facciata.
L'articolo analizza il fallimento delle recenti politiche di sicurezza del governo Meloni, sostenendo che decreti come quello Caivano e Cutro abbiano aumentato il sovraffollamento carcerario minorile senza ridurre la criminalità. L'autrice evidenzia una carenza di 20.000 agenti e critica l'uso di ingenti risorse per i centri in Albania, sottratte invece all'integrazione e al supporto sociale. Viene sottolineato come l'aumento della violenza giovanile sia legato a tassi elevati di povertà minorile e a scarsi investimenti nella salute mentale rispetto alla media OCSE. Questo scenario evidenzia la necessità di affrontare il disagio sociale con interventi strutturali piuttosto che con la sola repressione penale.
L'autore contesta l'efficacia dell'inasprimento delle pene come deterrente, evidenziando come la recidiva colpisca l'85% di chi non riceve un trattamento rieducativo contro il 15% di chi viene coinvolto in attività di studio e lavoro. L'articolo sostiene che il crimine si combatta attraverso una società più giusta e migliori opportunità economiche, piuttosto che con la semplice carcerazione punitiva. Viene inoltre criticata la tendenza politica a proporre pene più severe solo per assecondare le paure dell'opinione pubblica. Questo testo invita a una profonda riflessione sulla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione italiana.