Più sicuri a colpi di slogan?

Riassunto

Goffredo Buccini analizza come il tema della sicurezza in Italia sia vittima di strumentalizzazioni politiche e slogan elettorali, impedendo un approccio pragmatico e bipartisan. L'autore evidenzia che il vero nodo critico non è legato all'etnia, ma all'irregolarità e al degrado sociale che colpiscono le periferie e le seconde generazioni di immigrati. Mentre la destra punta su inasprimenti penali spesso simbolici, la sinistra fatica a proporre un'alternativa organica che affronti la gestione dei flussi migratori. Il testo suggerisce che solo una politica razionale, capace di distinguere tra accoglienza dei rifugiati e contrasto all'irregolarità, può risolvere l'emergenza urbana. Questa analisi sottolinea l'urgenza di superare la propaganda per affrontare le radici sociali dell'insicurezza nelle città italiane.

di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 20 gennaio 2026
I partiti e il problema che nessuno vuole affrontare. Fuori dai giochi di fazione è necessario recuperare il principio di realtà. A ogni stormir di cronaca, la questione della sicurezza riesplode nella politica italiana con le sue consuete modalità: confusione, strumentalizzazione, rimozione. Un dossier che dovrebbe risultare bipartisan per natura (la sicurezza non può essere di destra o di sinistra, essendo semplicemente una precondizione della vita democratica con la tutela dei più deboli) si trasforma come sempre in una sequela di slogan da brandire contro gli avversari, soprattutto in un anno come questo, che ci proietta dritti verso le elezioni politiche del 2027.
Dunque, la perniciosa tendenza a mischiare casi e cose diventa irresistibile. I maranza di Milano e il ragazzo della Spezia, le lame e le piazze in tumulto, le stazioni ferroviarie pericolose e la legittima difesa. Un’insalata di questioni che la maggioranza di destra, preoccupata per le ricadute sulla propria constituency dopo tre anni di governo dai risultati non proprio esaltanti in materia, tende a riversare in provvedimenti omnibus, talvolta confusi: magari con alcune norme dal forte fumus incostituzionale come lo scudo penale agli agenti che sparano. E che la sinistra d’opposizione s’ostina a rigettare in toto senza produrre mai un progetto organico e alternativo, limitandosi a sbraitare sull’eterno ritorno del fascismo nascosto in ogni comma e ogni codicillo.
In tanto caos sarebbe opportuno trovare un filo conduttore. E quel filo è, pur sempre, l’immigrazione.
In qualche modo anche il folle delitto di Zouhair Atif ci riporta lì. Perché, per quanto stonata fosse la sortita del sindaco spezzino sull’uso dei coltelli “solo in certe etnie”, traspare da testimonianze di ex docenti il nocciolo della tragedia: il giovane assassino, primogenito d’una famiglia di onesti lavoratori marocchini che viveva in un basso di 35 metri quadrati da condividere in sei, era tentato dal radicalismo islamista. I demoni nella testa di Zouhair parrebbero, cioè, anche frutto di quella “rivolta generazionale” che Oliver Roy vede in Francia nei ragazzi di banlieue: veicoli di rabbia che vanificano gli sforzi di integrazione delle generazioni precedenti. Noi non abbiamo banlieue in senso tecnico.
Ma la questione sociale, se trascurata, rischia di esploderci in faccia assieme alla frustrazione delle seconde generazioni di origine migratoria. E ha ragione il cardinale Parolin quando invoca “più educazione e meno repressione” a fronte di una sbornia securitaria che talvolta sembra confondere il dito con la luna: è certo bene vietare i coltelli (che, peraltro, sono già vietati) ma è davvero illusorio raccontare agli italiani che la sicurezza nelle nostre città si raggiunge inasprendo le pene per il porto di lame, finendo così per abusare a fini di propaganda anche di un dramma come quello della Spezia.
La gente comune sembra annusare la verità prima dei propri rappresentanti politici. A Roma, proteste da anni concentrate sull’asse delle Torri (da Tor Sapienza a Torre Maura, storicamente affollate di ricoveri per migranti e campi rom abusivi) vanno spostandosi verso il centro, con la mobilitazione di sabato scorso dei comitati dell’Esquilino dopo le impennate di violenza attorno alla stazione Termini, frutto d’un degrado strutturale dell’intero quartiere. L’irregolarità è la malattia, prima ancora dell’integrazione difficile. Secondo l’Ismu, gli stranieri irregolari in Italia erano 321 mila al 1° gennaio del 2024, con una flessione significativa rispetto all’anno precedente (meno 137 mila) dovuta all’emersione del 2020, che ha regolarizzato molte posizioni, e a una contrazione dei flussi migratori clandestini.
E, tuttavia, l’impatto sulle nostre periferie, le nostre stazioni, i nostri luoghi pubblici e sulle notti degli italiani non è cambiato di molto. Oltre un terzo delle persone arrestate o denunciate in Italia nel 2024 è straniero. Un dato che va letto in filigrana con altri due: gli stranieri in Italia sono solo il 9% e di questa frazione gli irregolari rappresentano appena il 5,6%; ma a essi va ascritto il picco dei crimini che più spaventano. Gli stranieri regolari, invece, “hanno una propensione al crimine in linea con quella degli italiani”, spiegano i ricercatori del centro studi Clean della Bocconi: non esiste, ovviamente, alcun fattore etnico o antropologico. E il problema delle migrazioni non è mai stato a mare, benché l’allarme sbarchi sia stato strumentalizzato negli anni nel modo più indecoroso. È sempre stato in terraferma. In un’accoglienza malata che ha sempre confuso categorie e disagi.
Una politica razionale e dotata di senso della cosa pubblica dovrebbe infine convergere su una distinzione facile ma finora mai realizzata: quella tra i pochi rifugiati veri, da proteggere ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione; i migranti di cui abbiamo bisogno, in ordine di 100 o 150 mila l’anno, per sostenere le nostre imprese e le nostre pensioni; e infine gli sbandati nelle strade, un segmento dall’impatto esponenziale. Per costoro è necessaria una rete di Centri per il rimpatrio (uno in ogni Regione) che li contenga fino all’effettiva espulsione (bloccando i visti in entrata per quei Paesi d’origine che rifiutino di riaccoglierli).
I Cpr non devono essere punitivi ma sicuri, e dotati anche di una porta girevole: un percorso di recupero per chi è in grado di usufruirne. Accanto, va ripristinato il vecchio circuito degli Sprar che resta, per piccoli gruppi in piccole comunità, l’esperienza più virtuosa di accoglienza di secondo livello. In un bel libro di moda, Abundance, gli americani Ezra Klein e Derek Thompson ci mettono a parte di un mal comune: “Negli ultimi decenni la nostra capacità di evidenziare i problemi è aumentata mentre quella di risolverli è diminuita”. Loro auspicano una politica che crei “meraviglie reali in un mondo reale”. A noi basterebbe una politica che, fuori dai giochi di fazione, recuperi il principio di realtà.