Il 27 dicembre scorso, una donna di quarantuno anni si è suicidata nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Livorno, un evento che l'articolo definisce non isolato ma frutto di una gestione strutturale carente. La denuncia evidenzia condizioni di degrado e l'uso della contenzione meccanica nel padiglione, citando precedenti casi di decessi avvenuti in circostanze simili. Attualmente la Procura ha avviato un'indagine per omicidio colposo per accertare eventuali responsabilità del personale sanitario, mentre i familiari chiedono chiarezza sul mancato supporto alla donna, recentemente uscita dal carcere. Questa vicenda riaccende il dibattito sulla natura custodialistica dei reparti psichiatrici italiani e sulla necessità di una riforma profonda del sistema di cura.
Il pubblico ministero ha richiesto una condanna a otto mesi per omicidio colposo nei confronti dello psichiatra del carcere di Ravenna, accusato di aver sottovalutato il rischio suicidario del 23enne Giuseppe Defilippo, morto nel 2019. Secondo l'accusa, il medico avrebbe ignorato la complessa storia clinica del giovane e i suoi segnali di sofferenza, abbassando il livello di sorveglianza da medio a lieve poco prima della tragedia. La famiglia della vittima, che chiede un risarcimento di 300mila euro, ha lottato per anni contro l'archiviazione del caso per ottenere giustizia. Questa vicenda mette in luce le gravi carenze del sistema di assistenza psichiatrica e di prevenzione dei suicidi all'interno degli istituti penitenziari italiani.
In seguito al caso del giovane detenuto presumibilmente picchiato nel carcere di Venezia e poi morto suicida a Verona, l'amministrazione penitenziaria ha introdotto nuovi moduli più dettagliati per certificare l'idoneità ai trasferimenti. Recentemente, il medico che effettuò la visita prima del trasferimento è stato prosciolto dall'accusa di falso, poiché la sua diagnosi è risultata coerente con il decorso clinico delle lesioni interne riportate dal giovane. Resta invece aperto il processo a carico di quattro agenti di polizia penitenziaria per il presunto pestaggio avvenuto nel febbraio 2024. Questa vicenda evidenzia la necessità di controlli medici più rigorosi e di una maggiore trasparenza per garantire l'incolumità dei detenuti nel sistema carcerario italiano.
È ripreso a Viterbo il processo contro due agenti di polizia penitenziaria accusati di abuso dei mezzi di correzione in relazione alla morte di Hassan Sharaf, suicidatosi nel 2018 nel carcere Nicandro Izzo. Durante l'udienza sono intervenuti come testimoni il garante dei detenuti Stefano Anastasia e la psicologa Flaminia Bolzan, la quale ha descritto il ventunenne come un soggetto estremamente fragile. Il dibattimento ha evidenziato criticità investigative, come il mancato sequestro di oggetti rilevanti nella cella d'isolamento dove il giovane si è tolto la vita. La prossima fase del processo, prevista per aprile, vedrà l'escussione dei testimoni della difesa. Questo caso solleva gravi interrogativi sulla gestione della salute mentale e sulla vigilanza dei soggetti vulnerabili all'interno del sistema carcerario italiano.