Ravenna. Giovane suicida in carcere. Il Pm: “Lo psichiatra sbagliò”. La famiglia chiede giustizia

Riassunto

Il pubblico ministero ha richiesto una condanna a otto mesi per omicidio colposo nei confronti dello psichiatra del carcere di Ravenna, accusato di aver sottovalutato il rischio suicidario del 23enne Giuseppe Defilippo, morto nel 2019. Secondo l'accusa, il medico avrebbe ignorato la complessa storia clinica del giovane e i suoi segnali di sofferenza, abbassando il livello di sorveglianza da medio a lieve poco prima della tragedia. La famiglia della vittima, che chiede un risarcimento di 300mila euro, ha lottato per anni contro l'archiviazione del caso per ottenere giustizia. Questa vicenda mette in luce le gravi carenze del sistema di assistenza psichiatrica e di prevenzione dei suicidi all'interno degli istituti penitenziari italiani.

di Lorenzo Priviato
Il Resto del Carlino, 23 gennaio 2026
Giovane suicida in carcere. Il Pm: “Lo psichiatra sbagliò”. La famiglia chiede giustizia. Richiesta di condanna, a otto mesi per omicidio colposo, per il medico che abbassò la soglia di rischio da medio a lieve per il 23enne Giuseppe Defilippo. Come parti civili i genitori chiedono una provvisionale di 300mila euro. Ci sono due genitori che da oltre cinque anni chiedono giustizia per la morte del figlio. Mario Defilippo ed Elisabetta Corradino non hanno mai accettato che il suicidio di Giuseppe, trovato impiccato a 23 anni nella cella del carcere di Ravenna, potesse essere archiviato come una tragedia inevitabile.
Oggi, col processo alle battute finali, chiedono anche un risarcimento provvisionale complessivo di 300 mila euro. Il pubblico ministero Angela Scorza ha chiesto una condanna a otto mesi di reclusione per omicidio colposo nei confronti dello psichiatra 67enne, consulente della casa circondariale e a contratto con l’Ausl, accusato di avere sottovalutato il rischio suicidario del giovane detenuto.
Nella requisitoria, il pm ha ricostruito la successione degli eventi, parlando di “profili di negligenza e di imperizia” a carico dello specialista oggi imputato. Entrato in carcere il 20 agosto 2019, alla prima esperienza detentiva, Giuseppe manifestava fin da subito forte angoscia per l’isolamento, la difficoltà a contattare i familiari e la perdita dei rapporti con l’ex avvocato. “Si interrogava sul suo futuro, e questo gli provocava una sofferenza profonda”, ha sottolineato Scorza. All’ingresso, un primo medico aveva valutato un rischio suicidario medio, disponendo l’attenta sorveglianza. Il giorno successivo lo psichiatra lo visitò, richiamando nella cartella precedenti ricoveri, un Tso, tentativi autolesivi e l’uso di sostanze, e nonostante ciò escluse tematiche suicidarie. Tanto che il 23 agosto fu lui ad abbassare il rischio da medio a lieve, revocando la sorveglianza rafforzata.
Secondo l’accusa, quella scelta ignorava una storia clinica complessa: disturbo borderline di personalità e dipendenza da stupefacenti, “una delle condizioni con il più alto rischio di suicidio”. Nei giorni successivi altri medici e psicologi registrarono crisi d’ansia, irritabilità, senso di abbandono. Il 5 settembre, durante l’assenza per ferie dello psichiatra imputato, intervenne una collega esterna che raccolse dichiarazioni esplicite di ideazione autolesiva e consigliò di aumentare la sorveglianza. Indicazioni che, ha evidenziato il pm, non furono recepite. Il 9 settembre lo psichiatra rivide il paziente, redigendo valutazioni definite “avulse dagli accadimenti precedenti” e confermando rischio lieve e sorveglianza ordinaria.
Una decisione poi formalizzata collegialmente, ma segnata - secondo l’accusa - da contraddizioni, in particolare nell’allineamento della psicologa che inizialmente aveva colto il pericolo, palesando “un notevole imbarazzo”. Il 16 settembre, dopo l’ennesima richiesta di aiuto e di un farmaco per dormire, Giuseppe si tolse la vita.
“Lo psichiatra non ha riconosciuto l’instabilità emotiva né indagato le ideazioni autolesive”, ha concluso Scorza. Le parti civili, con gli avvocati Marco Catalano per la madre e Marco Martines per il padre, hanno ribadito come le richieste di aiuto del giovane fossero state evidenti e condivise anche dalla polizia penitenziaria. Era stata proprio la madre, dopo una prima richiesta di archiviazione, a ottenere la riapertura del caso nel 2022. “Una storia triste, che merita attenzione”, hanno insistito i legali. Alla prossima udienza, a marzo, parleranno le difese e l’Ausl chiamata come responsabile civile. Poi la sentenza.