Viterbo. Schiaffeggiato prima di impiccarsi in cella, testimonia il Garante dei detenuti

Riassunto

È ripreso a Viterbo il processo contro due agenti di polizia penitenziaria accusati di abuso dei mezzi di correzione in relazione alla morte di Hassan Sharaf, suicidatosi nel 2018 nel carcere Nicandro Izzo. Durante l'udienza sono intervenuti come testimoni il garante dei detenuti Stefano Anastasia e la psicologa Flaminia Bolzan, la quale ha descritto il ventunenne come un soggetto estremamente fragile. Il dibattimento ha evidenziato criticità investigative, come il mancato sequestro di oggetti rilevanti nella cella d'isolamento dove il giovane si è tolto la vita. La prossima fase del processo, prevista per aprile, vedrà l'escussione dei testimoni della difesa. Questo caso solleva gravi interrogativi sulla gestione della salute mentale e sulla vigilanza dei soggetti vulnerabili all'interno del sistema carcerario italiano.

di Silvana Cortignani
tusciaweb.eu, 11 gennaio 2026
Morte di Hassan Sharaf. Stefano Anastasia sentito al processo per abuso dei mezzi di correzione a due penitenziari: ripreso giovedì davanti al giudice Giovanna Camillo il processo a due poliziotti penitenziari del carcere Nicandro Izzo di Viterbo imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso. La vittima sarebbe uscita il successivo 7 settembre, dopo poco più di un mese. Quando si è impiccato, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, Hassan Sharaf si trovava da poche ore in cella d’isolamento, in seguito a una sanzione irrogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna, relativa a un reato commesso da minorenne.
Tra i testimoni il garante per i detenuti del Lazio Stefano Anastasia e per le parti civili la psicologa Flaminia Bolzan Mariotti Posetto secondo cui Sharaf era un “soggetto fragile”. La tragedia risale al primo pomeriggio del 23 luglio 2018 mentre il 21enne è morto il 30 luglio 2018 nel reparto di rianimazione dell’ospedale Santa Rosa dove era giunto in coma la settimana precedente.
Non si sa se Sharaf si sia impiccato con un lenzuolo o con l’asciugamano. Nessun sequestro da parte della polizia penitenziaria, l’unica forza dell’ordine che abbia effettuato un sopralluogo nella cella. Non è stato sequestrato nemmeno il secchio rosso, tirato fuori dalla stanza da uno dei due agenti difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati. Subito dopo, oltre a levare dalla cella il secchio, un cui frammento potrebbe essere stato usato dal 21enne per autolesionarsi, l’agente che lo aveva schiaffeggiato si sarebbe limitato ad assicurarsi che la porta blindata fosse ben chiusa, così come lo scuretto esterno dello spioncino a grata.
Nel corso del processo le parti hanno convenuto nella rinuncia a proiettare in aula le immagini riprese tra le 13,25 e le 15,32 dalle telecamere interne del carcere che hanno cristallizzato le ultime due ore del 21enne, dal suo ingresso in cella d’isolamento a quando ne è uscito in fin di vita su una barella. Parti civili con l’avvocato Marco Andreano, la madre e la sorella. È invece assistito da Giacomo Barelli il cugino che vive a Roma, con cui Sharaf, ancora minorenne, era venuto in Italia in cerca di fortuna a bordo di un barcone. Ad aprile sarà la volta dei testi della difesa.