Il “carcere duro” non esclude colloquio straordinario con familiare anch’egli sottoposto al 41 bis
Paola Rossi
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Il Sole 24 Ore
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Riassunto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un colloquio telefonico tra due fratelli entrambi detenuti in regime di 41-bis, respingendo il ricorso del Ministero della Giustizia. La sentenza stabilisce che il diritto all'affettività familiare è fondamentale e può essere esercitato anche tra soggetti al carcere duro, purché avvenga sotto stretto controllo e in via eccezionale. I giudici hanno chiarito che non esiste un divieto normativo assoluto, poiché le moderne tecnologie consentono di bilanciare le esigenze di sicurezza con i diritti dei ristretti. Questa decisione riafferma la necessità di tutelare il nucleo essenziale dei diritti umani anche nelle forme di detenzione più restrittive.
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza che favoriva un detenuto al regime di 41 bis, stabilendo che le limitazioni orarie per cucinare in cella devono essere valutate in base a concrete esigenze organizzative o di sicurezza. I giudici hanno chiarito che tali restrizioni sono legittime purché non risultino discriminatorie o puramente vessatorie rispetto ai detenuti comuni. Il caso tornerà ora al Tribunale di Sorveglianza di Roma per una nuova valutazione che consideri le motivazioni dell'amministrazione penitenziaria. Questa sentenza evidenzia la continua ricerca di un equilibrio tra i diritti fondamentali dei detenuti e le necessità di controllo nei regimi di massima sicurezza.
L'articolo critica il piano del governo di concentrare i detenuti al regime 41-bis in poche carceri, con un forte impatto sulla Sardegna, dove le strutture di Badu e Carros, Bancali e Uta ospiterebbero centinaia di boss. L'autore denuncia come questo provvedimento sacrifichi la dignità umana e i percorsi di riabilitazione dei detenuti comuni, ignorando i messaggi di misericordia e dignità promossi da Papa Francesco. Viene inoltre evidenziato il rischio di infiltrazioni mafiose nel territorio sardo e l'aggravarsi delle criticità croniche, come il sovraffollamento e la carenza di personale educativo e sanitario. Questa situazione riflette una deriva securitaria che sembra allontanarsi progressivamente dai principi costituzionali di recupero sociale del condannato.
Il governo italiano ha proposto di concentrare i circa 750 detenuti sottoposti al regime di 41 bis in sette strutture dedicate, riducendo le regioni coinvolte e trasformando la Sardegna in un territorio ad alta sicurezza. Monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha espresso forti preoccupazioni, evidenziando come questa scelta possa compromettere i percorsi di reinserimento sociale e i rapporti familiari dei detenuti. La Chiesa ribadisce che il carcere deve mantenere una funzione rieducativa e non solo punitiva, auspicando soluzioni come l'indulto differito e una maggiore responsabilità da parte della società civile. L'intervento sottolinea il rischio di marginalizzare ulteriormente i detenuti, privandoli della speranza di riconciliazione. Questo evidenzia una sfida cruciale per il rispetto del mandato costituzionale e della dignità umana nel sistema penitenziario italiano.