Ipocrisia e diritto dei forti
Riassunto
Goffredo Buccini analizza la crisi del diritto internazionale, osservando come le norme globali cedano sistematicamente di fronte agli interessi delle potenze dominanti. L'autore, scrivendo per il Corriere della Sera, evidenzia l'approccio dell'amministrazione Trump e le ipocrisie storiche di attori come Russia e Cina, sottolineando che senza potere coercitivo i trattati internazionali rischiano di diventare irrilevanti. Il ritorno alla realpolitik e alle sfere d'influenza suggerisce un regresso verso un ordine mondiale governato dalla forza anziché da regole condivise. Questo scenario mette in luce una fragilità strutturale del sistema internazionale che richiede una riflessione urgente sulla reale tenuta della legalità globale.
Corriere della Sera, 12 gennaio 2026
La storia mostra quanto spesso le norme internazionali cedano (purtroppo) davanti agli interessi degli Stati più potenti. Il lupo disse all’agnello “mi sporchi l’acqua”, preparandosi a sbranarlo. E qui, nella nostra favola ideale, entrerebbe in scena il diritto internazionale. Di fronte a pandette e codicilli la belva si ritrae intimidita e tutti vivono felici e contenti. Ma è mai andata così? Stephen Miller, il vicecapo dello staff di Donald Trump, sostiene che “viviamo in un mondo governato dal potere e dalla forza, è una ferrea legge fin dall’alba dei tempi”. Per lui, come ha spiegato Massimo Gaggi su queste colonne, i trattati che garantiscono la sovranità e l’indipendenza degli Stati diventano “sottigliezze buoniste”.
Si sa, Miller è un cuore di pietra: nel 2017 arrivò a separare i bambini dai genitori migranti illegali ingabbiandoli al confine col Messico. E, anche per banali dinamiche di servilismo, l’aggressività degli uomini della Casa Bianca travalica non di rado quella del loro capo. Il quale si limita a spiegare di non avere “bisogno” di questo oggetto misterioso: il diritto internazionale. Una postura rozza, è vero: tanto più insopportabile alla luce delle rivendicazioni “imperiali” sulla Groenlandia.
Ma è altrettanto vero che le democrazie liberali, o ciò che resta di loro, hanno intonato in questo tumultuoso inizio anno una litania alquanto ipocrita per il funerale della legalità globale: come se questa fosse davvero stata rispettata nella nostra storia anche recente prima che la Delta Force prelevasse Maduro. Tralasciando per un attimo l’invasione dell’Ucraina, dov’era la legalità internazionale quando Putin ha attaccato la Georgia nel 2008 e si è annesso la Crimea nel 2014? O quando gli americani, barando su una provetta d’antrace, hanno intrapreso contro l’Iraq la più sconclusionata delle guerre? Dov’era a Praga nel 1968 e a Budapest nel 1956? Dove, in un’occupazione della Cisgiordania che dura dal 1967? Come negare che la legge del più forte sia sempre stata la costante, solo qualche (rara) volta infilata in una rassicurante camicia di multilateralismo? Dunque, per brutale che sia, la narrazione della destra radicale americana ha il merito di un ceffone che può risvegliarci. Il golpe in Venezuela grida che il re è nudo. E il re in questo caso è il concerto delle nazioni come ce lo siamo raccontato finora, spesso barando.
Qualcuno, va da sé, bara in modo più grottesco. È il caso di quelle dittature che fanno strame della legalità all’estero e a casa loro. La sortita del russo Sergej Lavrov, “indignato per la violazione del diritto internazionale”, non può che produrre triste ilarità a fronte del massacro perpetrato da Mosca contro Kiev ormai da quattro anni. Così come la reazione dei cinesi, “scioccati per l’uso della forza contro uno Stato sovrano” e al tempo stesso tanto impegnati a stringere d’assedio Taiwan e ad aggredire i vicini nel Mar Cinese Meridionale in barba a sentenze e ad arbitrati. Tutt’altra faccenda, s’intende, riguarda Antonio Guterres: il segretario delle Nazioni Unite fa il suo mestiere preoccupandosi per le norme violate nell’attacco a Caracas, ma tali giuste apprensioni sfumano un po’ al ricordo di certi suoi inchini davanti a Putin e al suo vassallo bielorusso Lukashenko.
Capiamoci bene. Il diritto internazionale è, probabilmente, la disciplina più nobile che l’umanità abbia inventato, intagliandola dalla propria pelle e dai propri errori: e la nostra Europa tanto vilipesa ha il grande merito di esserne lo scrigno ideale, sin dallo sfortunato ma lungimirante “Patto di Parigi” Briand-Kellogg del 1928. Che gli Stati possano regolare le controversie non a cannonate ma seguendo un iter di norme e codici prefissati ne fa un corpus di regole auree. E tuttavia questo tesoro della nostra civiltà vive su due elementi: l’orrore della guerra e la cogenza. Quando il primo sfuma per il naturale passar del tempo, torna la voglia di menar le mani; e, in assenza di una costrizione ineludibile al loro rispetto, pure le norme più virtuose si riducono a un galateo planetario, al più a un testo di filosofia morale.
Trump è il sintomo d’una modernità che ci sta ripiombando nel passato. Per lui si sprecano da mesi citazioni classiche di Tucidide come “i forti esigono, i deboli approvano”, che il mercante putiniano Kirill Dmitrev traduce addirittura sbeffeggiando noi europei: “È tempo di ripristinare le sfere d’influenza fra Usa, Russia e Cina mentre la Ue… segue attentamente la situazione”. Il presidente americano è portatore di una realpolitik che può nausearci. Ma che, a essere onesti, affonda nella nostra storia.
David French sul New York Times scomoda San Tommaso e i suoi tre principi di “guerra giusta” (autorità legittima, giusta causa e retta intenzione), trovandone l’eco nella Carta delle Nazioni Unite, assai citata in questi giorni: nell’articolo 2, che bandisce le guerre d’aggressione; nel 51, che consente l’autodifesa; nel capitolo V, dedicato al Consiglio di sicurezza, deputato al mantenimento della pace anche con la forza. Ma è proprio il Consiglio di sicurezza, dove Washington, Mosca e Pechino siedono dal secondo dopoguerra come membri permanenti dotati di potere di veto (ovviamente esercitato da ciascuno per i propri interessi), ad avere portato alla paralisi. In realtà la Carta è più un’aspirazione che un codice operativo. Alla fine del Novecento, col crollo dell’Urss e l’ingresso cinese nel Wto, apparve la grande illusione: che il liberalismo trionfante si caricasse in spalla (spalle americane, s’intende) il diritto internazionale rendendolo effettivo. Il liberalismo non ha trionfato e le spalle americane sono adesso quelle di Trump. Un vecchio autocrate che, per catapultarsi nel Ventunesimo secolo, ci trascina con sé nel Diciannovesimo: verso von Clausewitz.