Nella “fabbrica delle leggi” è protagonista (quasi) solo il Governo
Stefano De Martis
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Avvenire
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Riassunto
Nel 2025, la produzione legislativa italiana ha confermato il netto predominio del Governo, autore di 69 delle 94 leggi approvate, a fronte di una sola legge di iniziativa popolare. I dati della XIX legislatura mostrano un ricorso sistematico a decreti-legge e voti di fiducia, riducendo drasticamente lo spazio di manovra e di iniziativa del Parlamento. Questa tendenza ha consolidato un 'monocameralismo di fatto' in cui spesso una sola Camera incide realmente sui testi legislativi. La situazione sottolinea una preoccupante marginalizzazione del potere legislativo a favore dell’esecutivo, evidenziando la necessità di riforme strutturali profonde.
L'autore analizza criticamente l'operato del governo italiano, descrivendolo come una "fabbrica dei reati" che risponde sistematicamente ai casi di cronaca con nuove norme penali spesso ridondanti o inefficaci. Dall'introduzione del reato di rave party fino alle recenti misure sulla sicurezza, l'articolo evidenzia una strategia populista volta a ottenere consenso attraverso un "racconto repressivo" piuttosto che affrontare le cause strutturali dei problemi. Questo approccio panpenalista, pur inasprendo le pene per condotte già sanzionabili, non produrrebbe risultati concreti, finendo invece per appesantire il sistema giudiziario e carcerario. La riflessione finale mette in guardia sul rischio di barattare le libertà civili con una puramente illusoria percezione di sicurezza.
Il referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, vede i sostenitori del No impegnati in una corsa contro il tempo per raccogliere le firme necessarie a chiederne il rinvio. La riforma propone la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, con il fronte del Sì attualmente in vantaggio su un'opposizione che appare frammentata. La premier Meloni cerca di depoliticizzare l'evento per evitare i rischi di una crisi di governo, mentre PD e M5S puntano a una forte contrapposizione. Poiché non è richiesto il quorum, la vittoria dipenderà esclusivamente dalla capacità di mobilitazione delle minoranze. Questa situazione solleva un interrogativo critico sulla legittimità di modificare la Costituzione con una partecipazione popolare potenzialmente molto bassa.
L'articolo analizza la fase di stallo della campagna referendaria sulla giustizia, caratterizzata dall'attuale cautela di Giorgia Meloni ed Elly Schlein nel sovraesporsi. Mentre il centrodestra punta a mobilitare l'elettorato facendo leva sulla storica insofferenza verso la magistratura, il centrosinistra fatica a trovare un racconto unitario che non si limiti alla difesa dei giudici. La sfida cruciale riguarda la possibile politicizzazione del voto: trasformare il referendum in uno scontro tra leader potrebbe aumentare l'affluenza, ma espone le protagoniste a rischi politici elevati in caso di sconfitta. Questo scenario sottolinea come le riforme istituzionali in Italia finiscano spesso per diventare un test di sopravvivenza per i leader di partito.