Perché Meloni e Schlein (per ora) non mettono la faccia sul referendum
Alessandro De Angelis
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La Stampa
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Riassunto
L'articolo analizza la fase di stallo della campagna referendaria sulla giustizia, caratterizzata dall'attuale cautela di Giorgia Meloni ed Elly Schlein nel sovraesporsi. Mentre il centrodestra punta a mobilitare l'elettorato facendo leva sulla storica insofferenza verso la magistratura, il centrosinistra fatica a trovare un racconto unitario che non si limiti alla difesa dei giudici. La sfida cruciale riguarda la possibile politicizzazione del voto: trasformare il referendum in uno scontro tra leader potrebbe aumentare l'affluenza, ma espone le protagoniste a rischi politici elevati in caso di sconfitta. Questo scenario sottolinea come le riforme istituzionali in Italia finiscano spesso per diventare un test di sopravvivenza per i leader di partito.
Il referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, vede i sostenitori del No impegnati in una corsa contro il tempo per raccogliere le firme necessarie a chiederne il rinvio. La riforma propone la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, con il fronte del Sì attualmente in vantaggio su un'opposizione che appare frammentata. La premier Meloni cerca di depoliticizzare l'evento per evitare i rischi di una crisi di governo, mentre PD e M5S puntano a una forte contrapposizione. Poiché non è richiesto il quorum, la vittoria dipenderà esclusivamente dalla capacità di mobilitazione delle minoranze. Questa situazione solleva un interrogativo critico sulla legittimità di modificare la Costituzione con una partecipazione popolare potenzialmente molto bassa.
Esponenti dell'opposizione e della società civile si sono riuniti a Roma per lanciare la campagna del 'No' al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Figure come Elly Schlein e Nicola Fratoianni sostengono che la riforma mini l'indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri per favorire chi è al governo. Maurizio Landini ha sottolineato la necessità di una mobilitazione capillare, ricordando che la vittoria dipenderà dalla partecipazione dei cittadini dato che per questo quesito non è previsto un quorum. Il comitato vede in questo voto una difesa fondamentale dell'assetto democratico e dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Questo scontro evidenzia una tensione profonda e crescente tra il potere politico e l'ordine giudiziario in Italia.
Il dibattito politico sul referendum per la riforma della giustizia è già acceso, con aspri scontri tra i sostenitori del Sì e del No in merito alla futura indipendenza della magistratura. La riforma prevede innovazioni strutturali come la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del Csm, punti cardine rivendicati da Forza Italia come eredità di Silvio Berlusconi. Mentre l'opposizione raccoglie firme per tentare di posticipare il voto, il fronte del governo mira a concludere la campagna elettorale entro marzo. Questo scontro mette in luce la profonda polarizzazione politica attorno a un cambiamento radicale dell'ordinamento giudiziario italiano.