Perché Meloni e Schlein (per ora) non mettono la faccia sul referendum
Riassunto
L'articolo analizza la fase di stallo della campagna referendaria sulla giustizia, caratterizzata dall'attuale cautela di Giorgia Meloni ed Elly Schlein nel sovraesporsi. Mentre il centrodestra punta a mobilitare l'elettorato facendo leva sulla storica insofferenza verso la magistratura, il centrosinistra fatica a trovare un racconto unitario che non si limiti alla difesa dei giudici. La sfida cruciale riguarda la possibile politicizzazione del voto: trasformare il referendum in uno scontro tra leader potrebbe aumentare l'affluenza, ma espone le protagoniste a rischi politici elevati in caso di sconfitta. Questo scenario sottolinea come le riforme istituzionali in Italia finiscano spesso per diventare un test di sopravvivenza per i leader di partito.
La Stampa, 23 gennaio 2026
A sinistra la difficoltà di costruire un racconto. A destra i timori sulle conseguenze politiche. Finora si è parlato soprattutto della data (del referendum) e dei ricorsi. E poi di qualche polemica sui manifesti del no, ad opera del fronte del sì. Insomma, per ora, il clima non è da “madre di tutte le battaglie”. È anche vero che, ormai, non esistono più le campagne elettorali di una volta: tutto si concentra a ridosso della scadenza. Ma la ragione, di una campagna che non decolla, riguarda al momento l’assenza dei leader, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, per ragioni diverse.
Per il centrodestra il come approcciarsi alla pugna è relativamente più semplice. Non tanto perché, sondaggi alla mano, è in vantaggio. Piuttosto perché la riforma in sé è una grande bandiera mobilitante per il suo popolo. Nessuno andrà a votare sul “sorteggio” del Csm, o su questo o quell’aspetto tecnico. Ma “contro i giudici”, spartito che tocca corde moderne, come l’insofferenza trumpiana ai controlli, e antiche: le toghe rosse, la “persecuzione giudiziaria”, le inchieste a “orologeria”. Insomma, si tratta di compiere l’ultimo miglio per realizzare, come è stato detto dal guardasigilli Carlo Nordio, il “sogno Berlusconi”. Peraltro in un paese dove, rispetto ai tempi di Berlusconi, la magistratura è più debole ed è stata investita da una crisi di credibilità (vai alla voce: scandalo Palamara).
Insomma, il governo tiene la questione sul tema in oggetto - i giudici - e senza sovraesporre Giorgia Meloni. La premier sa bene che un’eventuale bocciatura della sua principale (e unica riforma) non sarebbe indolore e si tiene un passo indietro dalla campagna vera e propria. Evita cioè la “politicizzazione”, che trasformerebbe il referendum sui giudici in referendum sul governo, dando agli avversari il bersaglio unificante. La strategia però ha un’incognita. Quel popolo si mobilita per votare Giorgia, non il sorteggio del Csm. Senza la sua leader in campo, la capacità di portare la gente alle urne potrebbe risultare ridotta e indurla a un cambio di postura in corso d’opera. Che però, a quel punto, politicizzerebbe la tenzone.
Le radici della difficoltà a sinistra, albergano proprio qui. Hanno a che fare con la ricerca di un “racconto”: come approcciarsi al referendum senza appiattirsi solo sulla difesa dei giudici, non proprio popolari neanche da quelle parti come dimostra anche la presenza di una “sinistra per il sì”, favorevole alla separazione delle carriere. I Cinque stelle questo problema di appiattimento non ce l’hanno. Per di più il canovaccio della campagna glielo ha fornito proprio Carlo Nordio, involontario testimonial del “no”, quando ha detto, testuale: “Questa riforma converrebbe anche al Pd, nel momento in cui andasse al governo”. Perfetto per denunciare una Casta che non vuole farsi giudicare. Messa così, è davvero una competizione populista: sei contro i giudici che impediscono a chiunque di governare o sei contro la politica che non vuole farsi processare?
Comunque la giri, per la sinistra è una sconfitta: nel primo caso vince Giorgia Meloni, nel secondo la vittoria è di Conte e del cosiddetto “partito dei giudici”. Di qui, la cacofonia a sinistra. C’è chi, per uscire dalla tenaglia, ha ricominciato con la teoria dell’”allarme democratico”, cui il paese ha già dimostrato, nelle svariate volte in cui è stato ventilato, di essere assai poco sensibile. C’è chi prova invece a stare nel merito, ma le tesi sono contradditorie. Secondo alcuni con la riforma si crea uno “strapotere dei pm”, per altri si “vogliono mettere i pm sotto il controllo dell’esecutivo”, quindi ad essi si toglie potere. La sintesi è un po’ funambolica: se ne dà troppo oggi, quindi domani si interverrà per ridimensionarli.
La via d’uscita, per mobilitare il proprio popolo, è solo una. Politicizzare contro il governo. Nessuno votò per la “preferenza unica”, ma contro Craxi e il pentapartito. Nessuno votò contro la riforma Renzi, ma per mandarlo a casa. E - c’è poco da fare - per portare alle urne quei dodici milioni che votarono al referendum sul jobs act (cioè quanto il centrodestra prese alle politiche) occorre mobilitare contro Giorgia Meloni. Ed ecco perché Elly Schlein finora è al minimo sindacale. Vale per lei quel che vale per Giorgia Meloni.
La politicizzazione ha delle conseguenze. Se chiami alla spallata per tentare la vittoria e poi perdi, ti intesti la sconfitta. E questo è un colpo in relazione alle ambizioni di guidare il centrosinistra alle politiche tra pochi mesi, altro che primarie. La morale della favola è un paradosso (ma non troppo). Il paradosso di un appuntamento che vale, come conseguenze, quasi quanto le politiche. E, proprio per questo, induce le due principali leader a una cautela nell’esposizione (almeno per ora).