Straniero irregolare e con precedenti penali, per l’espulsione va valutata la coesione familiare
Francesco Machina Grifeo
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Il Sole 24 Ore
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Riassunto
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'espulsione di uno straniero irregolare non può essere automatica, nemmeno in presenza di condanne per reati gravi come la violenza sessuale. Secondo l'ordinanza n. 1428, i giudici devono sempre valutare in concreto la pericolosità sociale attuale e bilanciarla con il diritto alla coesione familiare e i legami affettivi. Nel caso esaminato, un cittadino peruviano ha visto accolto il suo ricorso poiché il reato era ormai datato, estinto e l'uomo viveva stabilmente con la propria famiglia. Questa decisione sottolinea la necessità per il sistema giuridico italiano di bilanciare la sicurezza pubblica con i diritti fondamentali della persona, evitando automatismi punitivi.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1748/2026, ha stabilito che i provvedimenti relativi ai permessi con scorta per i detenuti non sono soggetti a impugnazione. Il caso riguardava il ricorso di un Procuratore contro la concessione di un permesso di necessità di quattro giorni, confermando che tali decisioni rientrano nella valutazione discrezionale del magistrato di sorveglianza. La Suprema Corte ha così ribadito un orientamento consolidato, escludendo la possibilità per l'interessato di ricorrere contro siffatte determinazioni. Questa pronuncia sottolinea il peso della discrezionalità tecnica del magistrato di sorveglianza nella gestione dei permessi legati a motivi di necessità.
La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento che confermava la pericolosità sociale di Pietro Criaco, ex esponente della 'ndrangheta, criticando l'eccessivo appiattimento dei giudici sui reati commessi trent'anni fa. La sentenza sottolinea che la pericolosità non può essere un marchio indelebile, ma deve essere valutata in base a elementi attuali, come il percorso rieducativo e la condotta mantenuta durante i sedici anni di detenzione. Il caso evidenzia l'errore metodologico della Corte d'Appello che aveva ignorato i progressi dell'uomo, limitandosi a considerare vecchi precedenti e una protesta pacifica per i diritti dei detenuti. Questa decisione ribadisce la necessità di distinguere tra il passato criminale e la realtà presente del condannato. Tale principio è fondamentale per evitare che le misure di prevenzione si trasformino in una condanna perpetua de facto.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 40720/2025, ha stabilito che il semplice conflitto di interessi non è sufficiente per configurare il reato di corruzione senza la prova di un effettivo accordo illecito di scambio. La decisione chiarisce che la responsabilità penale non può fondarsi su presunzioni, ma richiede l'accertamento concreto di un nesso tra l'utilità ricevuta e il comportamento funzionale deviato. Anche in contesti di relazioni continuative tra pubblico e privato, rimane fondamentale dimostrare il patto che asservisce la funzione pubblica a interessi privati. Questo approccio rafforza la tutela delle garanzie individuali, distinguendo nettamente la cattiva gestione amministrativa dal reato penale. La sentenza rappresenta un monito sulla necessità di prove solide e verificabili nei processi per corruzione, evitando interpretazioni estensive della legge.