I parenti che ricevono telefonate illecite dal detenuto commettono reato
Maria Teresa Caputo
·
altalex.com
·
Riassunto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1787/2026, ha stabilito che anche i familiari di un detenuto possono rispondere del reato di accesso indebito a dispositivi di comunicazione (art. 391-ter c.p.) tramite il concorso di persone. La responsabilità penale scatta quando i parenti non si limitano a una ricezione passiva, ma incentivano l'uso del cellulare o collaborano a conversazioni su traffici illeciti, rafforzando il proposito criminoso del detenuto. Questo provvedimento punta a frenare l'allarmante diffusione di smartphone nelle carceri, spesso introdotti con droni o pacchi, che compromette la finalità rieducativa della pena. Tale decisione evidenzia la necessità di una maggiore vigilanza e responsabilità condivisa per impedire che il carcere resti un centro operativo per la criminalità.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
·
Corriere della Sera
·
L'articolo analizza l'allarmante evoluzione della criminalità minorile in Italia, caratterizzata da un aumento dei reati violenti e dall'uso dei social media per glorificare la prevaricazione. Nonostante l'inasprimento delle pene introdotto dal Decreto Caivano, l'approccio puramente punitivo ha portato al sovraffollamento delle carceri minorili senza garantire percorsi di riabilitazione efficaci. La situazione è aggravata da pesanti tagli al budget per l'istruzione e il reinserimento sociale dei giovani detenuti, lasciando spesso gli operatori senza risorse. Ciò evidenzia una profonda crisi nel sistema penale minorile italiano, dove la punizione sembra prevalere sulla necessaria funzione educativa.
Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo
·
Il Dubbio
·
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2648/26, ha stabilito che il procedimento di prevenzione è un rito con garanzie ridotte rispetto al processo penale, poiché la tutela della proprietà è considerata subordinata alla libertà personale. La pronuncia adotta una definizione estremamente restrittiva di "nuova prova" per la revoca della confisca, escludendo elementi preesistenti non valutati e rendendo quasi impossibile correggere eventuali errori giudiziari. Gli autori denunciano come questa impostazione penalizzi anche gli eredi e crei una disparità tra accusa e difesa, privilegiando la stabilità del giudicato rispetto alla verità sostanziale. Questo orientamento segnala una preoccupante degradazione del diritto di difesa e del concetto di "giusto processo" nel sistema di prevenzione italiano.
L'autore analizza la sentenza n. 201 del 2025 della Corte Costituzionale, che ha ripristinato il dovere del magistrato di sorveglianza di valutare le istanze di liberazione anticipata, eliminando i vincoli di inammissibilità introdotti dal recente Decreto Legge 92/2024. La Consulta ha ribadito che la liberazione anticipata non è un semplice premio, ma uno strumento fondamentale per la rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto, in linea con i principi di uguaglianza della Costituzione. La decisione sottolinea come lo Stato debba garantire valutazioni periodiche del percorso detentivo per incentivare il cambiamento positivo del condannato. Questa pronuncia riafferma con forza la funzione rieducativa della pena contro le tendenze puramente punitive della legislazione attuale.