Difetti e rinvii, il processo penale telematico resta sulla carta. Ma le scadenze del Pnrr incombono
Mila Fiordalisi
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Il Domani
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Riassunto
Il processo penale telematico in Italia continua a subire rallentamenti a causa di gravi malfunzionamenti tecnici e applicativi ancora definiti allo stato embrionale. Nonostante le scadenze del PNRR, i tribunali di Napoli e Roma hanno posticipato l'obbligatorietà del deposito digitale al giugno 2026 per evitare il collasso delle attività giudiziarie. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso forte prudenza, avvertendo che un'informatizzazione prematura rischierebbe di paralizzare la macchina della giustizia invece di renderla più efficiente. Questa situazione mette in luce la profonda crisi tra le ambizioni di digitalizzazione e la realtà delle infrastrutture tecnologiche nel sistema penale italiano.
La digitalizzazione della giustizia italiana sta subendo pesanti ritardi a causa di malfunzionamenti tecnici e resistenze culturali, portando i grandi tribunali a rinviare ulteriormente l'obbligo di deposito telematico degli atti. Nonostante la riforma Cartabia preveda un sistema completamente digitale, problemi software, hardware obsoleti e la mancanza di formazione del personale amministrativo ostacolano la transizione. Molti magistrati preferiscono ancora il cartaceo per comodità di consultazione, mentre il timore di errori informatici spinge il sistema a permettere il ritorno alla carta per non bloccare le inchieste. Questa situazione evidenzia le croniche difficoltà strutturali del sistema giudiziario italiano nel recepire l'innovazione tecnologica.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 543/2025, ha stabilito che il sequestro probatorio di dispositivi informatici è legittimo anche senza l'indicazione di una data di scadenza per l'estrazione dei dati. Secondo i giudici, il principio di proporzionalità deve essere garantito, ma il Pubblico Ministero non è obbligato a prevedere tempi certi che potrebbero ostacolare le indagini tecniche più complesse. La tutela degli indagati rimane assicurata dalla possibilità di richiedere la restituzione dei beni qualora la durata del vincolo diventi irragionevole. Questa sentenza sottolinea la necessità di bilanciare l'efficacia dell'azione penale con il diritto alla riservatezza dei dati digitali.
L'articolo evidenzia l'allarmante numero di processi "temerari" in Italia, dove oltre la metà dei giudizi di primo grado si conclude con un'assoluzione, denunciando la mancanza di un filtro efficace nelle fasi preliminari. Il deputato Errico Costa sottolinea come l'appiattimento sulle tesi dell'accusa e la pressione mediatica costringano migliaia di innocenti a calvari giudiziari che causano danni reputazionali e personali irreversibili. Questa prassi, alimentata da una burocrazia che preferisce delegare il giudizio finale anziché archiviare indagini deboli, trasforma il processo stesso in una pena ingiusta. Tale situazione solleva dubbi profondi sulla tenuta del sistema accusatorio e sulla necessità di una maggiore responsabilità nell'esercizio dell'azione penale.