Minori e violenza sessuale, la Consulta apre alla messa alla prova
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Il Dubbio
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Riassunto
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203/2025, ha dichiarato parzialmente illegittima la norma del "decreto Caivano" che escludeva automaticamente la messa alla prova per i minori accusati di violenza sessuale di minore gravità. I giudici hanno stabilito che l'automatismo processuale è irragionevole quando non distingue tra fatti di diversa entità, ignorando la funzione preminentemente rieducativa del sistema penale minorile. Pur restando valida l'esclusione per i reati più gravi, la Consulta sottolinea la necessità di allineare il trattamento processuale alla reale offensività della condotta. Questa decisione riafferma la centralità del recupero sociale del minore rispetto a automatismi sanzionatori rigidi.
Con la sentenza n. 203/2025, la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittimo il cosiddetto 'decreto Caivano' nella parte in cui vieta la messa alla prova per i minori nei casi di violenza sessuale di minore gravità. Sebbene la Consulta riconosca la discrezionalità del legislatore nel limitare i benefici per reati gravi, ritiene irragionevole escludere i fatti di lieve entità, per i quali il codice prevede già riduzioni di pena significative. La decisione riafferma la preminenza della funzione rieducativa della pena nel sistema penale minorile, che deve assecondare la differente gravità delle condotte. Questo intervento rappresenta un importante limite alla rigidità normativa per favorire il recupero sociale dei minorenni.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 202/2025, ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 609-octies del Codice Penale nella parte in cui non prevede una riduzione di pena per i casi di minore gravità nella violenza sessuale di gruppo. La Consulta ha stabilito che la mancanza di questa 'valvola di sicurezza' viola i principi di proporzionalità e rieducazione della pena, impedendo al giudice di adeguare la sanzione al disvalore effettivo del fatto concreto. I giudici potranno ora modulare la pena, attualmente fissata a un minimo di otto anni, qualora la condotta risulti significativamente meno grave rispetto alla fattispecie astratta. Questa decisione rappresenta un passo fondamentale per garantire una maggiore equità e individualizzazione del trattamento sanzionatorio nel sistema penale italiano.
L'articolo discute la controversa riforma del disegno di legge sulla violenza sessuale proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno, che introduce il concetto di "dissenso" anziché quello di "consenso". Questa modifica, criticata duramente dalle opposizioni e dalle associazioni femministe, creerebbe una doppia fattispecie di reato distinguendo tra stupro con violenza e atti compiuti in assenza di volontà espressa. Secondo le critiche, tale approccio rappresenta un passo indietro rispetto alla Convenzione di Istanbul e agli standard internazionali sulla tutela delle vittime. La relatrice difende la scelta sostenendo la necessità di evitare l'inversione dell'onere della prova e di proteggere chi è impossibilitato a reagire. Questo dibattito evidenzia la complessità del recepimento delle norme europee nel codice penale italiano.