L’eterno conflitto politica-toghe

Riassunto

L'articolo analizza l'acceso scontro tra politica e magistratura in Italia, alimentato dalle riforme del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e la riforma del CSM. L'autore evidenzia come l'Associazione Nazionale Magistrati si stia comportando come una vera forza di opposizione politica, cercando di ostacolare il prossimo referendum sulla giustizia. Viene inoltre criticato l'uso di valutazioni ideologiche all'interno di atti giudiziari e comunicati ufficiali, evidenziando una sovrapposizione tra decisioni giuridiche e giudizi politici. Questa situazione solleva interrogativi urgenti sulla necessaria terzietà del giudice e sul corretto bilanciamento tra i poteri dello Stato.

di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 3 gennaio 2026
Il dibattito tra esecutivo e giudiziario è destinato a restare al centro dell’attenzione. Il 2025 è stato l’anno in cui lo scontro tra politica e magistratura ha toccato il suo apice. Le riforme del ministro Carlo Nordio hanno acceso una miccia già pronta: astensioni dal lavoro dei giudici, proteste alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, assemblee di corrente sempre più simili a congressi politici. L’Associazione Nazionale Magistrati non si limita più alla rappresentanza sindacale: agisce come una forza politica organizzata, la più compatta all’opposizione, come aveva detto Guido Crosetto definendola “l’unica opposizione che è da temere”. In questo clima è arrivato il referendum, e la sua piena ammissibilità ha spezzato definitivamente il già fragile equilibrio tra toghe e maggioranza.
Il merito delle riforme viene sistematicamente rimosso dal dibattito. Eppure è lì che si gioca la partita. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è il perno dell’impianto: l’accusa è parte processuale, non arbitro. Tenerla nella stessa carriera del giudice indebolisce la percezione di terzietà. L’obiezione delle toghe è sempre la stessa - il rischio di un pm assoggettato alla politica - ma è un argomento ideologico, non comparativo: nelle democrazie liberali la separazione è la regola. Da qui discende il doppio Csm, uno per i giudici e uno per i pm. Funzioni diverse, autogoverni distinti. È questo che spaventa: la fine di un unico snodo di potere dominato dalle correnti. Lo stesso vale per l’estrazione a sorte dei membri togati del Csm, pensata per spezzare cordate e carrierismi. E ancora per il fascicolo di valutazione del magistrato, con parametri oggettivi su qualità dei provvedimenti, tempi, capacità organizzativa. In qualunque amministrazione moderna è normalità; qui diventa un attentato all’indipendenza. In realtà, è il rifiuto di ogni responsabilità misurabile.
C’è poi il capitolo delle riforme “collaterali” che hanno inasprito lo scontro. L’abolizione dell’abuso d’ufficio, accusata di indebolire la lotta alla corruzione, è stata invece giudicata compatibile dall’ordinamento: norma vaga, paralizzante, produttrice di paura della firma più che di giustizia. E la riforma della Corte dei Conti, che limita la responsabilità erariale per colpa grave, riduce il potere interdittivo ex post e restituisce capacità decisionale alla pubblica amministrazione. Governare non può significare esporsi a un processo per ogni scelta. È in questo quadro che il referendum assume un peso decisivo. Secondo tutti i sondaggi, il Sì prevale largamente. Ed è proprio questo dato a preoccupare il fronte delle toghe. Non il merito dei quesiti, ma l’esito probabile. Il voto, con ogni probabilità a marzo, offrirà agli italiani l’occasione di riequilibrare almeno in parte uno strapotere che Sergio Rizzo ha sintetizzato nel suo libro Potere assoluto. Ed è qui che nasce la tentazione di ostacolare il regolare corso del quesito, rallentarlo, complicarlo, spostarne l’asse temporale. Non si contesta più la riforma: si tenta di neutralizzare la decisione popolare. Una strategia dilatoria. È a questo punto che entra in scena Marco Travaglio, che invita a firmare per “ri-chiedere” un referendum già ammesso dalla Cassazione, titolando senza pudore “Firmiamo per fermarli”. Non è partecipazione democratica: è melina istituzionale. Se il No è in svantaggio, non si accetta il verdetto delle urne, si prova a congelare il voto.
Fermare non qualcuno, ma il tempo. Travaglio, che per anni ha predicato il sorteggio come virtù salvifica, oggi riscopre l’importanza delle firme solo quando servono a rinviare una decisione popolare sgradita. Il garantismo è a intermittenza, la democrazia condizionata ai sondaggi. I giudici, nel frattempo, fanno politica. Attivamente. Senza essersi mai sottoposti a un voto popolare. Non ricevono consenso democratico, ma possono godere del favore di editori, direttori, autori televisivi: grazie a questo discettano di tutto, in prima serata, nei grandi talk. Sono tra i personaggi più noti, più frequentemente invitati. Proprio in questi ultimi giorni hanno dato prova di non riuscire a distinguere tra decisione giuridica e giudizio politico-ideologico. Lo hanno dimostrato dopo gli arresti dei nove autori della cosiddetta “Truffa su Gaza”, una gigantesca campagna di disinformazione costruita gonfiando sistematicamente le cifre dei bambini morti per lucrarvi sopra, raccogliendo denaro e sostegno nei cortei e nelle occupazioni.
A quel punto è accaduto l’incredibile: nel comunicato stampa della Procura, accanto alla descrizione dei fatti contestati, sono comparse valutazioni politiche del tutto estranee all’indagine. Lo ha denunciato con nettezza Enrico Costa, parlando di uno scandalo istituzionale: è inaccettabile che un atto giudiziario si produca in giudizi che “c’entrano come i cavoli a merenda”, arrivando a precisare che le indagini “non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele”, evocando perfino il giudizio della Corte penale internazionale e lo Statuto di Roma. Un inciso ideologico, non giuridico, infilato in un atto che dovrebbe limitarsi ai fatti e alle responsabilità penali.