Giustizialisti o garantisti, l’eterno dilemma a sinistra

Riassunto

A Firenze si è tenuta un'iniziativa di esponenti del centrosinistra a favore della separazione delle carriere dei magistrati, sostenendo il «Sì» al referendum sulla legge Nordio. L'evento mette in luce la storica spaccatura nella sinistra italiana tra l'anima giustizialista e quella garantista, quest'ultima rappresentata da figure autorevoli come Augusto Barbera e Cesare Salvi. I sostenitori della riforma vedono nel provvedimento il necessario completamento della riforma Vassalli del 1989 per garantire un maggiore equilibrio tra accusa e difesa. Questa mobilitazione evidenzia come il tema della giustizia rimanga uno dei nodi più complessi e divisivi per l'identità politica del Partito Democratico e dei suoi alleati.

di Mario Ajello
Il Messaggero, 12 gennaio 2026
Oggi a Firenze l’iniziativa dei favorevoli alla separazione delle carriere vicini al mondo dem: da Barbera (ex presidente della Consulta) a Petruccioli e Salvi. Serviva il referendum sulla legge Nordio per portare clamorosamente in scena una questione - chiamiamolo pure un derby non concluso - che anima e dilania la sinistra italiana soprattutto dai primi anni 90 del secolo scorso con la vicenda di Mani Pulite: avere un’identità giustizialista, o almeno di fiancheggiamento o addirittura di compenetrazione con il potere togato, oppure dispiegare sull’onda di padri nobili del socialismo come Giuliano Vassalli, per non dire di Gerardo Chiaromonte e di altri riformisti, una cultura delle regole e delle garanzie che nasce dall’idea che lo Stato vada limitato quando punisce?
In maniera semplificata, la kermesse della sinistra del No dell’altroieri a Roma e la kermesse della sinistra del Sì oggi a Firenze sono la semplificazione, perfino ruvida, di questa storia. Nella Palazzina Reale di Santa Maria Novella, la sfida del Sì nient’affatto di destra, e in fase di crescita tanto che sta preoccupando certo mondo Pd, personaggi in gran parte riferibili al mondo democrat - ci sarà anche Pina Picierno in collegamento dalla Lituania dove è in viaggio come vicepresidente del Parlamento europeo - e figure influenti come Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale ma anche esponente del Pds e dei suoi derivati fino al 2015, i giuristi Stefano Ceccanti e Carlo Fusaro, Enrico Morando (che è stato viceministro dell’economia nei governo Renzi e Gentiloni), Michele Salvati, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Claudia Mancina, Tommaso Nannicini, Paola Concia, Enzo Bianco ex ministro dell’Interno per la Margherita, la renziana Raffaella Paita (Renzi? Dirà solo sette giorni prima del voto se è con il Sì o con il No, ma i suoi sono Sì). E ancora: Stefano Esposito, ex senatore Pd e vittima innocente di un calvario giudiziario così come Mario Oliverio, ex presidente della Calabria e una vita nel Pci e nei suoi derivati.
Il populismo - Da qui alla vigilia della consultazione referendaria, insomma, la doppia identità della sinistra italiana si metterà in scena, e l’epicentro di questa dicotomia è la tradizione che viene dal Pci, per poi farsi Pds - il partito che cavalcò l’azione del pool di Milano e tra i lanciatori delle monetine anti-craxiane dell’Hotel Rafael non c’erano solo passanti inferociti e gente di destra ma anche militanti di sinistra pionieri del populismo anti-casta che sarebbe diventato grillino - e Ds e infine Pd. Si scatenò l’inferno quando poi la Bicamerale nel ‘97 presieduta da D’Alema, uno dei primi a cogliere il rischio di una giurisdizione che sconfina nella politica (dure le sue parole contro il “soviet di Milano”), e animata da figure come Salvi e Boato, non di sinistra ma di più, elaborò la bozza sulla separazione delle carriere dei magistrati e dei giudici, sulla riforma del Csm e perfino sulla revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale. “La Bicamerale è figlia del ricatto”, disse il giudice Gherardo Colombo, oggi naturalmente uno degli idoli politicamente correttissimi del fronte del No.
A lungo le catene del giustizialismo di sinistra hanno bloccato i tentativi di emancipazione (tra cui il famoso Patto del Nazareno) in quella parte politico-culturale. La quale avrebbe il garantismo nel proprio Dna perché è nata a sinistra l’idea che lo Stato vada limitato quando punisce. Ma specialmente al tempo di Berlusconi, gli avversari hanno abbandonato questo principio in nome della convenienza elettorale e di un moralismo - Benedetto Croce docet - che andrebbe espunto, al contrario del senso dell’etica, dal gioco della politica.
Il No di sinistra considera ai limiti o anche oltre i limiti del piduismo la legge sulla giustizia - occhio a Landini che dice Sì a Maduro perché “il Venezuela era uno stato democratico” e no a Nordio perché considera il suo provvedimento un “pericolo per la democrazia” - mentre il Sì di sinistra vede la norma sulla separazione delle carriere non un attacco alla democrazia ma il completamento della riforma Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, del 1989 che trasformò il processo penale caratterizzandolo come ambito regolato da limiti stringenti, da presunzione di innocenza, da equilibrio tra poteri. C’è da chiedersi a questo punto quale delle due sinistre vincerà nelle urne referendarie, ma per la risposta c’è da aspettare la fine di marzo.