Il reato di apologia della mafia è solo propaganda
Alessandro Riello
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Il Dubbio
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Riassunto
Un nuovo disegno di legge punta a introdurre il reato di apologia della criminalità organizzata per punire comportamenti come gli 'inchini' durante le processioni o canzoni che esaltano la mafia. L'autore osserva però che la sola repressione penale rischia di essere un'operazione di facciata in assenza di una strategia che valorizzi il merito, il sacrificio e l'istruzione. Secondo Riello, l'attrattiva dei modelli criminali tra i giovani è alimentata da uno Stato che non promuove virtù morali concrete, ma si limita a dare segnali simbolici. È necessario un cambio di rotta radicale che ricostruisca un sistema valoriale opposto a quello delinquenziale. Questo evidenzia la necessità di una riforma culturale che vada oltre la semplice sanzione penale per contrastare efficacemente la subcultura mafiosa.
L'autore analizza criticamente l'operato del governo italiano, descrivendolo come una "fabbrica dei reati" che risponde sistematicamente ai casi di cronaca con nuove norme penali spesso ridondanti o inefficaci. Dall'introduzione del reato di rave party fino alle recenti misure sulla sicurezza, l'articolo evidenzia una strategia populista volta a ottenere consenso attraverso un "racconto repressivo" piuttosto che affrontare le cause strutturali dei problemi. Questo approccio panpenalista, pur inasprendo le pene per condotte già sanzionabili, non produrrebbe risultati concreti, finendo invece per appesantire il sistema giudiziario e carcerario. La riflessione finale mette in guardia sul rischio di barattare le libertà civili con una puramente illusoria percezione di sicurezza.
L'articolo esamina criticamente le politiche di sicurezza del governo Meloni, evidenziando il divario tra l'inasprimento delle pene e la cronica carenza di organico nelle forze dell'ordine. Nonostante l'introduzione di nuovi reati, la Polizia di Stato e i Carabinieri soffrono di vuoti per migliaia di unità, aggravati da un turnover insufficiente e da tempi di formazione ridotti. Sebbene gli omicidi siano in calo, i dati del 2024 mostrano un aumento di furti e violenze sessuali, alimentando la percezione di insicurezza specialmente nei grandi centri urbani. L'autrice sottolinea che aumentare le sanzioni è inefficace senza un sistema giudiziario e penitenziario dotato di risorse adeguate per renderle effettive. Ciò evidenzia la necessità di investimenti strutturali piuttosto che di soli interventi legislativi di facciata.
L'autore contesta l'efficacia dell'inasprimento delle pene come deterrente, evidenziando come la recidiva colpisca l'85% di chi non riceve un trattamento rieducativo contro il 15% di chi viene coinvolto in attività di studio e lavoro. L'articolo sostiene che il crimine si combatta attraverso una società più giusta e migliori opportunità economiche, piuttosto che con la semplice carcerazione punitiva. Viene inoltre criticata la tendenza politica a proporre pene più severe solo per assecondare le paure dell'opinione pubblica. Questo testo invita a una profonda riflessione sulla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione italiana.