Monza. Detenuto denunciò pestaggio, chiesta la condanna per gli agenti
Stefania Totaro
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Il Giorno
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Riassunto
La Procura di Monza ha richiesto condanne fino a due anni e tre mesi per quattro agenti di polizia penitenziaria e l'ex comandante del carcere locale, accusati di aver aggredito nel 2019 il detenuto Umberto Manfredi. Sebbene un video mostri le violenze, la difesa sostiene che gli agenti abbiano agito per contenere la resistenza dell'uomo, che all'epoca era in sciopero della fame per ottenere un trasferimento. Il caso è emerso grazie alla denuncia dell'associazione Antigone e mette in luce le tensioni legate alla gestione dei collaboratori di giustizia. Questa vicenda richiama l'attenzione sull'importanza di monitorare il rispetto dei diritti umani e la condotta delle forze dell'ordine negli istituti penitenziari.
Durante il maxi processo per i pestaggi avvenuti nel 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'ex agente Michele Vinciguerra ha ammesso le proprie responsabilità, chiedendo scusa per l'uso eccessivo della forza contro i detenuti del reparto Nilo. L'imputato ha descritto come le azioni violente fossero state sollecitate dai superiori durante una perquisizione straordinaria gestita da gruppi di supporto esterni in risposta a una rivolta. Questa confessione è particolarmente rilevante poiché rompe il silenzio mantenuto finora dalla maggior parte dei 105 agenti coinvolti, nonostante le evidenze dei filmati di sorveglianza. Il caso evidenzia gravi criticità nella gestione della sicurezza e nel rispetto dei diritti umani all'interno del sistema penitenziario italiano.
Un poliziotto di 40 anni è indagato per omicidio volontario dopo aver ucciso il ventottenne Abderrahim Mansouri a Milano, sostenendo di aver sparato per legittima difesa contro quella che sembrava un'arma vera, rivelatasi poi a salve. La famiglia della vittima chiede verità sulla dinamica del fatto, avvenuto durante un intervento non ufficialmente assegnato all'agente in una zona nota per lo spaccio. Mentre l'indagato resta in servizio, la procura cerca riscontri tramite autopsia, perizie balistiche e possibili filmati delle telecamere circostanti. Questo caso solleva dubbi critici sulla proporzionalità dell'uso della forza e sulla gestione degli interventi di polizia nelle aree periferiche.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nel 2014 dopo un prolungato fermo in posizione prona da parte dei carabinieri. La sentenza rileva una doppia violazione del diritto alla vita, contestando sia l'eccessiva durata dell'immobilizzazione sia la mancanza di un adeguato addestramento delle forze dell'ordine sui rischi di asfissia posizionale. Nonostante l'assoluzione definitiva degli agenti nei tribunali italiani, Strasburgo sottolinea la responsabilità dello Stato nel non aver aggiornato tempestivamente le linee guida operative rispetto agli standard internazionali. Questo verdetto evidenzia una criticità strutturale nella formazione delle forze di polizia italiane riguardo alla protezione della vita umana durante le operazioni di contenimento.