Iran. Rivolte e repressione perché in 47 anni nessun movimento ha abbattuto il regime
Riassunto
Daniele Zaccaria ripercorre la storia delle rivolte in Iran dalla rivoluzione del 1979 a oggi, evidenziando come il regime teocratico abbia sistematicamente soffocato il dissenso con una repressione spietata. L'articolo analizza l'evoluzione delle proteste: dalle lotte ideologiche degli anni '80 alle rivendicazioni civili del Movimento Verde nel 2009, fino alle recenti sollevazioni popolari ed economiche. Il ciclo più radicale, iniziato nel 2022 con lo slogan "Donna, vita, libertà" dopo la morte di Mahsa Amini, ha coinvolto diverse classi sociali e generazioni in tutto il Paese. Questa analisi mette in luce la costante tensione tra una società che chiede cambiamento e un potere clericale che risponde con la forza per la propria sopravvivenza.
Il Dubbio, 13 gennaio 2026
La Repubblica islamica dell’Iran che nel 1979 rovescia la brutale monarchia dello Scià nasce da una delle più grandi rivoluzioni popolari del Novecento. Il potere che si consolida rapidamente attorno alla figura dell’ayatollah Ruhollah Khomeini non eredita però solo l’entusiasmo per la caduta di Mohammad Reza Pahlevi ma anche una società plurale, politicizzata, attraversata da forti componenti laiche e aspettative spesso incompatibili con un ordine teocratico. Da allora, la storia dell’Iran è ciclicamente scandita da rivolte, insurrezioni, proteste che a volte hanno scosso le fondamenta del regime senza mai però riuscire a creare un’alternativa politica credibile al potere del clero sciita. Un po’ per la natura frammentata delle opposizioni ma soprattutto per la spietata repressione che ogni volta si è abbattuta sui movimenti di protesta.
Tra il 1979 e il 1981, l’Iran è attraversato da una vera e propria guerra civile a bassa intensità; le organizzazioni marxiste e laiche, in particolare i comunisti del Tudeh e i Mujaheddin del Popolo, entrano in rotta di collisione con i khomeinisti, che nel frattempo hanno consolidato il controllo delle istituzioni e delle forze armate. Parallelamente, nelle regioni periferiche del Paese esplodono rivolte armate di minoranze etniche: i curdi nel nord-ovest, i turkmeni nel nord, gli arabi nel Khuzestan, i baluci nel sud-est. Le rivendicazioni spaziano dall’autonomia politica al riconoscimento culturale, ma il regime risponde con ferocia. Lo scoppio della guerra contro l’Iraq nel settembre 1980 offre al potere un formidabile strumento di disciplinamento interno. In nome dell’emergenza nazionale, ogni forma di dissenso viene assimilata al tradimento.
Gli anni Ottanta sono così segnati da un silenzio forzato, imposto attraverso arresti di massa, tribunali rivoluzionari e l’uso indiscriminato della pena di morte. Questo ciclo repressivo raggiunge il suo apice nel 1988, quando, al termine del conflitto, migliaia di prigionieri politici vengono giustiziati in poche settimane in seguito a una fatwa della Guida suprema. Con la morte di Khomeini nel 1989 il regime tenta una parziale normalizzazione. Ma la ricostruzione economica, segnata da forti diseguaglianze, riporta in superficie il malcontento sociale. Nei primi anni Novanta, rivolte spontanee legate al caro-vita esplodono in diverse città, da Mashhad a Islamshahr. Sono proteste prive di una piattaforma politica, che esprimono più il malessere sociale che un progetto di cambiamento, e vengono schiacciate con forza.
La seconda metà degli anni Novanta vede emergere un nuovo attore: il movimento studentesco. Nel 1999, la chiusura del quotidiano riformista Salam scatena manifestazioni nelle università che si estendono rapidamente ad altri settori della società iraniana. La repressione anche stavolta è violenta, ma per la prima volta il dissenso si articola intorno a richieste di libertà civili, stato di diritto, limiti al potere del clero. È il preludio alla stagione riformista incarnata dalla presidenza di Mohammad Khatami, che alimenta aspettative di cambiamento dall’interno del sistema. Queste aspettative si infrangono definitivamente nel 2009. Le elezioni presidenziali che riconfermano Mahmoud Ahmadinejad in un clima di brogli percepiti come evidenti danno vita al “Movimento Verde”, la più grande mobilitazione di massa dalla nascita della Repubblica islamica. Milioni di iraniani scendono in piazza per settimane, inizialmente per chiedere trasparenza elettorale, poi per denunciare la natura autoritaria del sistema. La repressione è capillare: arresti, torture, processi-farsa, uccisioni. Con la neutralizzazione dei leader riformisti, il regime dimostra di non essere disposto a tollerare nemmeno una contestazione interna controllata.
Il ciclo successivo di rivolte nel 2017; le manifestazioni non nascono nei quartieri benestanti di Teheran o nelle università, ma nelle periferie e nelle province. Sono i ceti popolari, colpiti dalla crisi economica, dalla disoccupazione e dalle sanzioni internazionali, a scendere in piazza. Gli slogan prendono di mira apertamente la Guida Suprema e l’intero sistema: è un segnale di rottura profonda, per la prima volta la Repubblica islamica perde consenso anche tra settori tradizionalmente conservatori. Il novembre 2019 segna uno dei momenti più drammatici di questa lunga sequenza di rivolte. L’aumento del prezzo della benzina scatena una sollevazione che coinvolge centinaia di città. Le forze di sicurezza aprono il fuoco sui manifestanti, causando centinaia di morti in pochi giorni.
La morte della giovane Mahsa Amini per mano della polizia religiosa, apre nel 2022 il ciclo di protesta più radicale, le manifestazioni che durano per oltre un anno esplodono in tutto il Paese sotto lo slogan “Donna, vita, libertà”. A differenza delle mobilitazioni precedenti, quest’ultima attraversa generazioni e classi sociali, coinvolgendo anche adolescenti e minoranze etniche. Decine di migliaia le persone arrestate, centinaia le esecuzioni. Anche in quel caso la mano dura del regime soffoca le lotte, ma quel ciclo non si è mai spento del tutto come dimostrano le ciclopiche proteste degli ultimi giorni.