I promotori del referendum sulla riforma della giustizia hanno raccolto 500 mila firme e avviato un contenzioso legale contro il governo per contestare la data del voto fissata al 22 e 23 marzo. Il comitato accusa l'esecutivo di non aver rispettato il termine costituzionale di tre mesi per la raccolta firme, avendo indetto la consultazione in anticipo sulla base di una legge del 1970. Attualmente si attende la decisione del TAR del Lazio, prevista per il 27 gennaio, che potrebbe annullare il decreto governativo e obbligare a una nuova calendarizzazione. Questa vicenda mette in luce un'importante tensione tra interpretazioni legislative e garanzie costituzionali nei processi di democrazia diretta.
I promotori del referendum contro la riforma della magistratura hanno raggiunto le 500.000 firme e presentato un ricorso al Tar Lazio per contestare le date del voto fissate per il 22-23 marzo. I ricorrenti sostengono che la tempistica attuale non permetta alla Cassazione di valutare correttamente il loro quesito, che risulta più dettagliato rispetto a quello già approvato di origine parlamentare. Il Tar esaminerà la domanda di sospensione cautelare il prossimo 27 gennaio, mentre il comitato del Sì si è costituito in giudizio per opporsi al rinvio. Questa vicenda evidenzia le complessità procedurali e le tensioni politiche che possono condizionare l'esercizio della democrazia diretta in Italia.
Il governo ha fissato il referendum sulla riforma della giustizia per il 22 e 23 marzo, una decisione contestata dai comitati del No che hanno presentato ricorso al Tar per ottenere uno slittamento. I promotori del No mirano a guadagnare tempo per consolidare il trend di crescita nei sondaggi e intendono raggiungere le 500.000 firme per sollevare un eventuale conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Parallelamente, il fronte del centrosinistra appare diviso tra chi sostiene le ragioni della riforma e chi la vede come una minaccia agli equilibri costituzionali. Questa polarizzazione suggerisce che il voto potrebbe trasformarsi in un test politico sulla stabilità del governo piuttosto che in un dibattito tecnico sulla giustizia.
Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato da un comitato di giuristi che contestava le date del referendum sulla giustizia, confermando il voto per il 22 e 23 marzo 2026. Secondo i giudici, il procedimento seguito è corretto e non può essere ritardato da ulteriori raccolte di firme, poiché la richiesta parlamentare è già sufficiente a indire la consultazione. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso soddisfazione, definendo il tentativo di rinvio un mero espediente dilatorio, mentre i comitati del No hanno annunciato di voler proseguire la loro campagna informativa. Questo caso mette in luce la tensione tra la necessità di tempi certi per le riforme e la garanzia degli spazi di partecipazione popolare nel dibattito democratico.