Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del Governo

Riassunto

Il Governo italiano ha presentato nuove bozze legislative sulla sicurezza che mirano a rafforzare il controllo preventivo e la repressione, colpendo in particolare stranieri, giovani e manifestanti. Le norme prevedono un ampliamento dei poteri amministrativi, come l'estensione delle 'zone rosse' urbane e dei provvedimenti di Daspo, basandosi spesso sulla presunta pericolosità sociale piuttosto che su fatti accertati. Secondo l'autrice, questo approccio trasforma la sicurezza da garanzia dei diritti a strumento di esclusione, limitando la libertà di circolazione dei soggetti più marginali. Tale spostamento verso una gestione punitiva e anticipatoria del rischio solleva serie preoccupazioni circa la tenuta dei principi di legalità e delle libertà fondamentali in Italia.

di Valeria Verdolini
dinamopress.it, 20 gennaio 2026
Le proposte in tema di “sicurezza” restringono le garanzie e i diritti dei nemici pubblici conclamati del Governo: le persone straniere, i “maranza”, le e i manifestanti. Dalla “sicurezza dei diritti” al “diritto alla sicurezza”, inteso come controllo e repressione del dissenso e del non conforme. Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito con un coltello Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata, uccidendolo a scuola.
I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025 e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale.
Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva.
Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione.
Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone rosse) dalle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio.
Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza.
Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo.
In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto.
Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione.
Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa.
In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti a offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia.
Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni.
Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’interv