A Minneapolis si sta ridefinendo la geografia del potere federale negli Stati Uniti

Riassunto

L'articolo analizza come le recenti operazioni dell'ICE negli Stati Uniti non rappresentino solo una politica migratoria, ma una strategia per riaffermare la sovranità federale nelle città democratiche considerate 'territori della resistenza'. Secondo l'autrice, il concetto di frontiera è diventato mobile e interno, trasformando le aree urbane in spazi di contesa dove il potere centrale agisce con una logica di occupazione territoriale e simbolica. Attraverso arresti spettacolari, l'amministrazione mira a dimostrare il proprio dominio sulle autorità locali, trasformando la deportazione in una forma di teatralizzazione del potere. Questa strategia crea un clima di insicurezza diffusa che altera radicalmente il rapporto dei cittadini con lo spazio pubblico e la vita urbana. Tale scenario evidenzia una profonda e preoccupante crisi nel sistema federale e nella gestione della sovranità interna degli Stati Uniti.

di Daniela Santus
Il Foglio, 26 gennaio 2026
Da Minneapolis a Los Angeles, le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement mostrano che la politica migratoria di Trump non mira a fermare gli ingressi, ma a riaffermare con la forza la sovranità federale nei territori della resistenza urbana. Nei giorni scorsi, a Minneapolis, un bambino di cinque anni è stato arrestato insieme al padre da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia ha fatto il giro del mondo scatenando indignazione, dibattito sui social, reciproche accuse tra democratici e repubblicani. Ma concentrarsi sul bambino significa perdere di vista quello che sta davvero accadendo. Perché quello che è successo a Minneapolis non è un incidente e nemmeno soltanto una questione di immigrazione. È qualcosa di più inquietante, ovvero la ridefinizione geografica del potere federale negli Stati Uniti.
D’altra parte, al giorno d’oggi, continuare a parlare di “crisi della frontiera sud” è un errore analitico. Non perché il confine con il Messico non conti più, ma perché ridurre la politica migratoria di Trump a una questione di barriere fisiche significa non capire la portata della trasformazione in atto. La frontiera, nel linguaggio e nella pratica di questa amministrazione, non è più un luogo geografico preciso. È un concetto mobile, una condizione che può essere attivata ovunque il potere federale decida di proiettarsi. Quando Trump parla di “invasione”, non si riferisce solo ai migranti che attraversano il Rio Grande. Si riferisce a una presenza considerata illegittima che ha già penetrato il territorio nazionale, che si è insediata nelle città, che ha messo radici. E quindi la risposta non può più essere solo alla frontiera fisica. Deve essere interna, capillare, ubiqua. La logica è quella dell’occupazione più che del controllo dei confini: non si tratta più di impedire l’ingresso, ma di bonificare il territorio già occupato. Stiamo assistendo a una dottrina operativa che si traduce in geografia del potere.
Le operazioni ICE degli ultimi giorni non colpiscono a caso: mirano a città democratiche, a comunità di migranti consolidate, a luoghi ad alto valore simbolico. Minneapolis, Chicago, New York, Los Angeles. Sono i territori della resistenza culturale e politica a Trump. Non siamo di fronte a una semplice politica di rimpatrio, siamo di fronte a una deportazione per mostrare chi comanda e quanto profondamente può penetrare nel tessuto urbano delle città che si oppongono. La stessa logica di proiezione della sovranità che Trump vorrebbe applicare all’estero si ripiega verso l’interno. Le città americane diventano zone contestate, spazi in cui la sovranità federale deve essere continuamente riaffermata contro autorità locali considerate ostili o complici. ICE non è solo un’agenzia di controllo dell’immigrazione: è lo strumento attraverso cui il governo federale occupa militarmente, perché di questo si tratta, il proprio stesso territorio.
Di fatto quello cui stiamo assistendo è la riconfigurazione della geografia del potere negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump non si limita a deportare più persone: ridisegna la mappa di dove e come il potere federale si manifesta, quali luoghi colpisce, quali comunità terrorizza, quali spazi sottrae al controllo locale. Tradizionalmente, il potere dell’ICE si esercitava in modo relativamente discreto: arresti individuali, retate mirate, detenzioni in centri lontani dai riflettori. Ora invece siamo tutti spettatori di uno show: la teatralizzazione del dominio. Gli arresti avvengono in pieno giorno, davanti alle telecamere, con dispiegamenti che sembrano operazioni militari più che di polizia. Non si nasconde più nulla: anzi, si esibisce. L’arresto del bambino di cinque anni non è un incidente imbarazzante da minimizzare. È parte integrante della strategia comunicativa: mostrare che nessuno è al sicuro, che l’appartenenza territoriale non garantisce protezione. Questo approccio trasforma radicalmente il rapporto tra cittadini e spazio pubblico. Intere comunità - non solo gli immigrati irregolari, ma chiunque possa “sembrare” straniero, chiunque viva in quartieri ad alta densità di migranti - cominciano a percepire la città come un territorio ostile, controllato da una forza che non viene riconosciuta come legittima ma che è indiscutibilmente potente. Si evitano certi luoghi, certi percorsi, certi orari. Si sviluppano reti informali di allerta, mappe mentali delle zone pericolose.
La vita urbana si riorganizza intorno alla minaccia della deportazione. Il paradosso è evidente: l’amministrazione che proclama di voler “rendere l’America sicura di nuovo” produce insicurezza in intere aree metropolitane. Non l’insicurezza dovuta alla criminalità, ma l’insicurezza come impossibilità di abitare lo spazio pubblico senza paura. La scelta di colpire città come Minneapolis ha poi un significato federale nel senso più tecnico del termine.
Gli Stati Uniti sono una confederazione: il rapporto tra potere centrale e poteri locali è sempre stato oggetto di negoziazione, conflitto, ridefinizione. Storicamente, le città sono state laboratori di politiche progressiste, spazi di autonomia rispetto a Washington. Le cosiddette sanctuary cities - città che limitano la collaborazione con le autorità federali in materia di immigrazione - rappresentano proprio questo: sovranità locale su questioni che il governo centrale vorrebbe centralizzare. La risposta di Trump è pertanto brutale: se le città non collaborano, verranno occupate. Il messaggio è chiaro: la sovranità locale esiste solo finché non contraddice la volontà del presidente. E quando la contraddice, può essere sospesa con la forza.
Dal punto di vista operativo, ci sono città con popolazioni di immigrati irregolari molto più numerose. Ad esempio Los Angeles, New York, Miami. Dunque perché Minneapolis? Perchè Minneapolis ha un peso simbolico specifico. È la città in cui il 25 maggio 2020 venne ucciso George Floyd. Dove a causa delle immagini del suo omicidio si scatenarono proteste in tutti e cinquanta gli stati americani. Minneapolis è diventata il “ground zero” del movimento Black Lives Matter, il simbolo di una frattura razziale che attraversava la società americana e che Trump ha sempre sfruttato politicamente. Scegliere Minneapolis è un modo per dire che la città delle proteste del 2020 non esiste più. O meglio, esiste ancora, ma è sotto controllo.
Il potere federale può entrare, può arrestare chiunque, può mostrare la propria forza esattamente nei luoghi che si erano costituiti come spazi di opposizione. Ma Minneapolis è anche, storicamente, una città progressista del Minnesota, che è stato teatro di alcune delle battaglie elettorali più serrate degli ultimi anni. È una città con una forte tradizione di attivismo comunitario, con reti di solidarietà ben organizzate, con un’amministrazione locale tendenzialmente ostile alle politiche trumpiane. Colpire Minneapolis significa colpire un modello di governance urbana, dimostrare che nemmeno le città più organizzate possono resistere quando il governo federale decide di usare la forza. Quando ICE opera a Minneapolis, non arresta solo persone in situazione irregolare. Arresta un’idea di città multiculturale, pluralista, aperta e integrata.
C’è poi un modo di guardare all’Immigration and Customs Enforcement che va oltre la sua funzione amministrativa o di polizia. ICE non si limita a far rispettare le leggi sull’immigrazione: produce spazio. Crea geografie del terrore, ridefinisce il significato dei luoghi, trasforma il modo in cui le persone abitano la città. Questa non è solo teoria accademica. È qualcosa che si vede concretamente nelle strade. Nelle settimane successive all’inizio dell’attività ICE, intere aree di Minneapolis hanno cambiato volto. I genitori hanno smesso di portare i figli a scuola. I lavoratori hanno smesso di prendere i mezzi pubblici. I negozi nei quartieri a maggioranza immigrata hanno visto crollare gli affari. Non perché tutti quelli che vivono in quelle aree siano irregolari - la stragrande maggioranza non lo è - ma perché la semplice presenza di ICE crea un clima di paura che contamina lo spazio circostante. ICE genera dunque nuove configurazioni spaziali attraverso la sua azione. Un marciapiede dove ieri si chiacchierava con i vicini oggi diventa un luogo da attraversare velocemente, a testa bassa. Un parco pubblico dove i bambini giocavano diventa un’area da evitare, un luogo dove si può essere fermati, identificati, arrestati.
La trasformazione non riguarda solo la percezione soggettiva, ma la struttura materiale della vita urbana. Quando intere comunità si ritirano dallo spazio pubblico, le reti di mutuo aiuto si indeboliscono, i servizi sociali diventano inaccessibili, le attività commerciali chiudono, le scuole vedono aumentare le assenze. La città si frammenta e la paura della deportazione diventa il principio organizzativo fondamentale. Ma c’è di più. Se guardiamo ai centri di detenzione e ai tribunali per l’immigrazione, noteremo che non si tratta solo di luoghi funzionali, ma di nodi di una geografia carceraria che ridisegna il territorio americano.
I detenuti vengono spesso trasferiti a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità, resi invisibili, tagliati fuori da qualsiasi rete di supporto. Le famiglie che cercano di visitarli devono attraversare stati interi, affrontare procedure burocratiche kafkiane, superare barriere fisiche e amministrative progettate per scoraggiare il contatto. Questa dispersione forzata non è un effetto collaterale: è una strategia deliberata.
Rendere difficile, costoso, traumatico il mantenimento dei legami familiari serve a spezzare le comunità, a indebolire la resistenza, a dimostrare che lo stato può separare le persone non solo legalmente ma anche geograficamente. È una forma di esilio interno, dove la distanza fisica diventa strumento di controllo sociale. La differenza con le politiche del passato non sta nella durezza