Messina. “Signor giudice sono solo e malato, preferisco il carcere”
Alessandra Serio
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tempostretto.it
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Riassunto
Un uomo di 72 anni di Messina, accusato di evasione dai domiciliari, ha chiesto esplicitamente alla giudice di essere trasferito in carcere per sfuggire alla solitudine e alle difficoltà quotidiane. L'anziano, precedentemente arrestato per maltrattamenti, ha spiegato di non riuscire a provvedere autonomamente a cibo e medicine restando isolato in casa. Nonostante la richiesta insolita dettata dal profondo disagio sociale, il tribunale ha convalidato il fermo senza però applicare alcuna misura cautelare. Questa vicenda mette in luce come l'isolamento degli anziani e la mancanza di una rete di supporto possano trasformare le misure alternative in una condizione percepita come peggiore della detenzione stessa.
L'articolo racconta la storia di Giorgio P., un ex operaio e veterano di 62 anni condannato a sei mesi di carcere per un presunto furto di poche monete avvenuto dieci anni prima. Nonostante una vita di lavoro regolare, Giorgio è caduto in povertà a causa di una malattia degenerativa, finendo per vivere come senza fissa dimora. La sua carcerazione attuale deriva dall'impossibilità di accedere a misure alternative, data la mancanza di un domicilio stabile disposto ad accoglierlo. Questo caso emblematico evidenzia come il sistema penale italiano spesso finisca per colpire duramente i soggetti più fragili che non godono di una adeguata protezione sociale.
L'articolo riporta il caso di una donna di 41 anni, da poco uscita dal carcere, morta suicida nel reparto di Psichiatria dell'ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. La Procura ha avviato un'indagine per omicidio colposo, mentre il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud denuncia l'approccio eccessivamente custodialistico e i precedenti decessi avvenuti nella stessa struttura. Viene evidenziata la vulnerabilità di chi ha vissuto l'esperienza carceraria e la mancanza di un supporto post-detenzione che eviti risposte puramente sedative. Questa vicenda solleva criticità urgenti sulla gestione della salute mentale e sulla tutela della dignità umana negli ambienti di reclusione e cura.
L'articolo riporta il tragico suicidio di Christian Guercio nel carcere di Asti, un evento che Michele Miravalle dell'Associazione Antigone definisce emblematico delle disfunzioni del sistema carcerario italiano. Guercio, un uomo con fragilità legate alla tossicodipendenza ma inserito socialmente, è stato incarcerato dopo un episodio di crisi psicomotoria invece di ricevere un adeguato supporto sanitario. Miravalle solleva seri dubbi sulla compatibilità della detenzione con lo stato di salute dell'uomo e sulla mancata attivazione di percorsi di cura alternativi nelle ore precedenti la tragedia. La vicenda si conclude con la richiesta di un'inchiesta approfondita per chiarire le responsabilità di una morte definita evitabile. Questo caso evidenzia la drammatica tendenza a utilizzare il carcere come una "discarica sociale" per individui vulnerabili che necessiterebbero di assistenza medica piuttosto che di reclusione.