Stati Uniti. Agenti dell’Ice uccidono una donna a Minneapolis durante un’azione anti-migranti
Monica Ricci Sargentini
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Corriere della Sera
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Riassunto
Renee Nicole Good, una cittadina americana di 37 anni, è stata uccisa a Minneapolis da agenti dell'ICE durante un'operazione contro l'immigrazione clandestina ordinata dal presidente Trump. Mentre la Casa Bianca sostiene la tesi dell'autodifesa descrivendo l'accaduto come un atto di terrorismo, il sindaco e il governatore locale denunciano un uso sconsiderato della forza basandosi su video che smentirebbero la ricostruzione federale. L'incidente ha scatenato forti proteste in una città già segnata dal caso George Floyd, esacerbando lo scontro politico tra l'amministrazione Trump e le autorità cittadine che chiedono il ritiro degli agenti. Questo episodio solleva gravi interrogativi sulla gestione della sicurezza e sulla legittimità degli interventi federali nelle città guidate dai democratici.
L'articolo denuncia la violenta deriva autoritaria degli Stati Uniti nel 2025, esemplificata dall'esecuzione di Renee Nicole Good da parte di un agente federale dell'Ice. L'autore critica l'abbandono del diritto internazionale nelle manovre geopolitiche e l'uso dell'intimidazione come metodo di governo, definendo il Paese una 'democratura'. Il testo evidenzia come le istituzioni democratiche vengano svuotate di senso per diventare strumenti di oppressione e forza muscolare. Questa analisi mette in luce una crisi profonda dei valori democratici tradizionali di fronte a un nuovo autoritarismo esibito.
L'articolo analizza l'evoluzione dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE), trasformata da agenzia tecnica post-11 settembre a braccio operativo paramilitare della presidenza Trump per contrastare le 'sanctuary cities'. Operando al di fuori del controllo giudiziario ordinario e delle comunità locali, l'ICE dispone oggi di un budget triplicato e di una forza d'urto potenziata da una campagna di reclutamento ideologica. Le recenti operazioni spettacolari e l'aumento delle violenze nei centri di detenzione riflettono una gestione dell'immigrazione intesa esclusivamente come problema di sicurezza nazionale e scontro politico. Questa trasformazione solleva gravi interrogativi sulla tenuta democratica e sul bilanciamento dei poteri tra governo federale e autorità locali negli Stati Uniti.
L'articolo riporta che, dall'inizio del secondo mandato di Donald Trump, l'ICE ha detenuto oltre 3.800 minorenni, causando un drastico calo della frequenza scolastica in Minnesota per il clima di paura. Attraverso le storie di bambini come Liam e Chloe, viene descritto l'impatto traumatico della militarizzazione della vita quotidiana e delle separazioni familiari. La sociologa Joanna Dreby sottolinea come tali esperienze provochino ansia cronica, depressione e danni permanenti allo sviluppo dei minori. Questa situazione solleva una questione critica sulla tutela dei diritti umani fondamentali nell'ambito delle politiche migratorie statunitensi.