Stati Uniti. Liam, Chloe e gli altri 3.800: essere bambini nella “Ice Age”
Riassunto
L'articolo riporta che, dall'inizio del secondo mandato di Donald Trump, l'ICE ha detenuto oltre 3.800 minorenni, causando un drastico calo della frequenza scolastica in Minnesota per il clima di paura. Attraverso le storie di bambini come Liam e Chloe, viene descritto l'impatto traumatico della militarizzazione della vita quotidiana e delle separazioni familiari. La sociologa Joanna Dreby sottolinea come tali esperienze provochino ansia cronica, depressione e danni permanenti allo sviluppo dei minori. Questa situazione solleva una questione critica sulla tutela dei diritti umani fondamentali nell'ambito delle politiche migratorie statunitensi.
vita.it, 28 gennaio 2026
Non solo Liam (5 anni) e Chloe (2 anni): dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati, sarebbero stati fermati e detenuti dall’Ice. In diverse scuole del Minnesota la frequenza scolastica è diminuita tra il 20 e il 40%: i genitori hanno paura che i figli, tornando a casa da scuola, possano non trovare più nessuno ad aspettarli. Che cosa comporta per i bambini vivere in questa costante paura? In dialogo con la sociologa Joanna Dreby dell’Università statale di Albany.
Minneapolis Public Schools families, educators and students hold signs during a news conference at Lake Hiawatha Park in Minneapolis, on Friday, Jan. 9, 2026, demanding Immigration and Customs Enforcement be kept out of schools and Minnesota following the killing of 37-year-old mother Renee Good by federal agents earlier on Wednesday.
Nella Valley View Elementary di Columbia Heights, Minnesota, c’è una sedia su cui non è più appeso lo zaino di Spiderman. È il posto che fino a martedì 20 gennaio era occupato da Liam Conejo Ramos. Da quel giorno, lo studente ecuadoregno di cinque anni - giunto negli Stati Uniti nel dicembre 2024 insieme alla famiglia (padre, madre, fratello maggiore) - non incontra più maestri e compagni di scuola. Liam si trova a migliaia di chilometri di distanza da loro, rinchiuso, insieme al papà Adrian Alexander, nel South Texas Family Residential Center di Dilley: il più grande centro di detenzione per famiglie della nazione e l’unico predisposto per il trattenimento dei nuclei familiari in attesa di deportazione. Un luogo da cui giungono segnalazioni su cibo con vermi, malattie costanti, cure mediche insufficienti. Proprio lì, sabato 24 gennaio, i detenuti hanno protestato invocando, con cartelli e cori, la libertà per i bambini.
Liam ha raggiunto il Texas dopo essere stato fermato sul vialetto della sua casa a Minneapolis dagli agenti mascherati e armati dell’Ice, l’agenzia federale deputata al controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Il loro intento era l’arresto del padre, accusato di essere un “immigrato illegale” nonostante sia in attesa che la propria richiesta d’asilo venga valutata. Così, il piccolo è finito nella rete nell’Operazione Metro Surge, che dispiega oltre 2mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul e punta a sgominare “i peggiori tra i peggiori” (pedofili, predatori sessuali, trafficanti di droga). Qualche giorno dopo è toccato a Chloe, due anni, e al suo papà, Joel Tipan Echevarria: originari dell’Ecuador, regolari richiedenti asilo, erano in auto in una strada di Minneapolis quando sono stati prelevati a forza dagli agenti federali dell’Ice e poi trasportati in un carcere del Texas. La bambina è uscita il giorno dopo.
I numeri dicono che a livello nazionale, dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati, sarebbero stati fermati e detenuti dall’Ice. Più di 1.300 di loro sarebbero rimasti rinchiusi per oltre 20 giorni, in violazione dell’Accordo Flores che tutela i minori in detenzione.
Da quando l’Ice pattuglia le strade del Minnesota, compiendo incursioni e arresti che a Minneapolis sono sfociati nell’uccisione di Renee Good e Alex Pretti, le famiglie si barricano in casa per proteggere i figli. Le classi si svuotano e le lezioni vengono cancellate o svolte da remoto. I parcheggi delle scuole sono diventati le basi operative degli agenti federali, che circondano e bloccano scuolabus e le auto. La quotidianità dei bambini è militarizzata e questo si ripercuote sulla loro salute mentale: sono diventati insicuri, impauriti e sconvolti. Le conseguenze di questa politica migratoria sul benessere dei più piccoli sono state analizzate da Joanna Dreby, sociologa e professoressa dell’Università statale di Albany, New York, nel saggio Surviving the Ice Age: Children of Immigrants in New York (Russell Sage Foundation, 2025).
Partiamo dal caso di cronaca del piccolo Liam, arrestato a 5 anni. Quali effetti psicologici e comportamentali può avere un episodio traumatico di questo tipo su un bambino di cinque anni?
Assistere a episodi legati all’applicazione delle leggi sull’immigrazione che colpiscono i genitori può avere effetti profondi e duraturi sulla vita dei bambini. Ricordi perduti, depressione e problemi persistenti legati all’ansia, anche nei casi in cui in seguito i bambini siano stati riuniti ai genitori. Inoltre, le separazioni familiari prolungate sono problematiche nel corso della vita. Col tempo si accumulano risentimenti, creando tensioni nella relazione genitore-figlio. La perdita emotiva è significativa.
A causa dell’Operazione Metro Surge, in diverse scuole del Minnesota la frequenza scolastica è diminuita tra il 20 e il 40%: questa situazione quali conseguenze a lungo termine potrebbe avere sull’educazione?
Le ricerche dell’ultimo decennio negli Stati Uniti (l’Agenzia federale US Immigration and Customs Enforcement - Ice è stata creata il 1° marzo 2003, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ndr) mostrano che la frequenza scolastica diminuisce immediatamente dopo le azioni dell’Ice a causa degli effetti di riverbero delle paure. I genitori temono che se gli agenti federali dovessero arrivare mentre i loro figli sono a scuola, i bambini resterebbero senza nessuno che si prenda cura di loro. Da quanto ho appreso in oltre 15 anni di interviste, tali paure vanno ben oltre i gruppi che potremmo aspettarci siano i più spaventati, cioè le famiglie con genitori senza documenti. Nell’ultimo anno tali paure si sono sicuramente moltiplicate tra i bambini, anche tra quelli che potrebbero ritenere che i loro genitori non dovrebbero preoccupare di nulla. In più, i bambini temono anche che la cittadinanza per nascita venga revocata e metta a rischio familiari che in precedenza erano al sicuro nei loro status migratori.
Molte famiglie cercano di proteggere i figli evitando di parlare dell’immigrazione. Quali effetti psicologici può avere questa combinazione di paura e silenzio sui bambini?
Le famiglie devono fare un calcolo complesso su quanto condividere con i bambini riguardo a ciò che sta accadendo e su come farlo senza renderli più ansiosi. La messa a tacere delle storie dei genitori può diventare una fonte ancora maggiore di preoccupazione e ansia per i bambini, soprattutto quando sanno poco delle leggi e dei processi migratori. Alcuni genitori, al contrario, parlano apertamente ai figli dei loro percorsi di immigrazione, per prepararli: così per esempio possono fornire istruzioni su chi chiamare se succedesse qualcosa. Sebbene l’apertura possa sembrare la migliore pratica, alcuni bambini che ho intervistato hanno riferito di essere costantemente preoccupati perché troppo coinvolti nelle situazioni di immigrazione dei genitori. È davvero una linea sottile. I bambini hanno bisogno di sapere delle questioni migratorie, ma a volte troppe informazioni aumentano ansia e paure.
In Minnesota gli agenti federali hanno allestito basi operative nei parcheggi delle scuole. In che modo questa presenza militare costante e visibile influisce sul senso di sicurezza dei bambini?
Queste azioni mirano solo a diffondere paura, e lo stanno sicuramente facendo. Si legge spesso di agenti federali dell’Ice o di altri funzionari che affermano che il loro ruolo è proteggere i cittadini statunitensi: ma quando sono visibilmente presenti nel modo in cui lo sono in Minnesota, davanti alle scuole e mentre arrestano genitori che stanno accompagnando a scuola i loro figli o tornando a casa dopo la scuola… non sono lì per proteggere nessuno. Si tratta, invece, un atto di intimidazione deliberata.
Quando dei bambini assistono all’arresto di coetanei o familiari, come cambiano le dinamiche di gruppo in classe?
Bambini di età diverse reagiscono in modo diverso. I più piccoli possono parlare degli incidenti più apertamente, mentre quelli più grandi possono silenziare le esperienze ed esprimere le loro preoccupazioni in modi più indiretti. I bambini più piccoli spesso elaborano le loro paure attraverso il gioco. Già anni fa in una scuola ho visto che i bambini in cortile invece di giocare a “guardie e ladri” giocavano al gioco “dell’immigrazione”, inseguendo i “migranti”. Insegnanti e operatori scolastici possono vedere questi comportamenti come espressioni delle paure dei bambini, piuttosto che come qualcosa da correggere o reprimere.
Quali interventi scolastici o comunitari si sono dimostrati più efficaci per salvaguardare il benessere dei bambini?
Le persone che lavorano nelle scuole sono i primi soccorritori, perché si trovano in prima linea nel notare cambiamenti comportamentali in classe. Quando ciò accade, nelle scuole esistono sistemi di supporto che possono essere utili. I bambini che vengono messi rapidamente in contatto con delle risorse stanno meglio. Ma hanno anche bisogno di avere informazioni sull’immigrazione e sui diritti degli immigrati, comunicati in modi che non risultino eccessivamente personali o riferiti direttamente alle loro famiglie. Inoltre, gli insegnanti devono essere informati e consapevoli delle questioni attuali e avere una formazione di base su come l’Ice e ha operato in passato e su ciò che ora sta cambiando. Oggi, quando un bambino dice a un insegnante che sta andando a un appuntamento per l’immigrazione, può essere terrorizzato all’idea di non tornare a scuola il giorno dopo. Gli insegnanti devono comprenderlo per rispondere in modo appropriato e sensibile.
Alla luce dei casi recenti, dell’elevato assenteismo e della paura diffusa, quali raccomandazioni farebbe a livello di politiche scolastiche o comunitarie?
Avendo una maggiore consapevolezza del problema, le scuole hanno l’opportunità di strutturare un sostegno concreto, creando politiche di distretto su come interfacciarsi con gli agenti federali, offrendo formazione agli insegnanti e al personale scolastico sulle questioni migratorie a livello nazionale e locale, collaborando