L'articolo presenta il saggio 'Libertà di movimento', che denuncia il fallimento delle politiche migratorie europee responsabili di migliaia di morti nel Mediterraneo e lungo le rotte terrestri. L'autore critica la retorica dell'invasione e l'inefficacia dei blocchi di frontiera, evidenziando una profonda crisi etica nelle società capaci di accogliere selettivamente solo alcuni profughi. Le migrazioni sono descritte come un fatto sociale complesso che non può essere ridotto a mere statistiche o necessità economiche. Questo testo sottolinea l'urgenza di un cambiamento radicale per garantire che nessuna persona debba più morire a causa dei confini.
In un'intervista curata da Francesco Barana, Valeria Verdolini presenta il suo libro 'Abolire l’impossibile', in cui propone l'utopia come metodo concreto per riorganizzare la speranza e contrastare violenze sistemiche come il razzismo e il patriarcato. L'autrice sostiene l'abolizione, e non la semplice riforma, di strutture oppressive quali il carcere e i confini, ispirandosi al concetto di 'rovesciamento' di Franco Basaglia. Tra le proposte più radicali emergono la liberalizzazione dei visti per i migranti e una ridefinizione della sicurezza intesa come coesione sociale anziché come mero ordine pubblico. Questo lavoro invita a un cambio di paradigma per rispondere all'erosione dei diritti e del welfare che caratterizza l'epoca attuale. La proposta di Verdolini evidenzia la necessità di un nuovo orizzonte radicale per ripensare i rapporti di forza nella società moderna.
L'autrice Susanna Marietti critica il nuovo pacchetto Sicurezza del governo, definendolo un attacco allo stato di diritto e alla libertà di protesta piuttosto che un reale strumento di contrasto alla criminalità. Tra le misure principali, il provvedimento introduce tutele legali per le forze dell'ordine in servizio, autorizza operazioni sotto copertura nelle carceri e inasprisce le norme sull'immigrazione, limitando i soccorsi e i ricongiungimenti. Il testo evidenzia inoltre l'uso di body cam gestibili autonomamente dagli agenti, sollevando dubbi sulla trasparenza e la supervisione giudiziaria. Questo scenario delinea una deriva autoritaria che mette a rischio i principi costituzionali e la tutela dei diritti civili in Italia.
Vittorio Pelligra analizza l'etica della cura non come una semplice morale individuale, ma come una teoria della giustizia realista che riconosce la vulnerabilità umana come condizione universale. Basandosi sul pensiero di Joan Tronto, l'autore definisce la cura un'attività politica essenziale per mantenere e riparare il mondo, articolandola nelle fasi di attenzione, responsabilità e competenza. L'articolo evidenzia come la separazione tra cura e politica produca diseguaglianze sistemiche, poiché la definizione dei bisogni è sempre una scelta normativa carica di potere. La giustizia non deve quindi limitarsi alla distribuzione astratta di diritti, ma occuparsi delle condizioni materiali che ne permettono l'effettivo esercizio. Questa riflessione invita a ripensare le basi della nostra democrazia partendo dalla responsabilità condivisa verso la fragilità.