Milano. Musica, poesie e bellezza: il maestro Riccardo Muti tra i detenuti del carcere di Opera

Riassunto

Il maestro Riccardo Muti ha diretto l'orchestra giovanile Cherubini presso il carcere di Opera, utilizzando strumenti realizzati dai detenuti con il legno dei barconi dei migranti. L'evento ha visto la partecipazione attiva dei carcerati, che hanno condiviso poesie e performance musicali in un clima di profonda commozione e bellezza. Muti ha sottolineato il valore trasformativo dell'esperienza, dichiarando di uscirne arricchito come uomo. Questa iniziativa evidenzia come l'arte e la fiducia possano fungere da strumenti fondamentali per la riabilitazione e il riscatto sociale nel sistema penitenziario italiano.

di Enrico Parola
Corriere della Sera, 12 gennaio 2026
Grandi emozioni nel carcere di Opera, dove il maestro Riccardo Muti ha diretto l’orchestra giovanile Cherubini davanti ai detenuti, condividendo anche momenti conviviali. Alla fine della serata le parole di Muti: “Esco da questo luogo migliore di prima”. Riccardo Muti si siede al pianoforte e accompagna Mirto nell’Ave Maria di Gounod. È passata un’ora e mezza da quando il maestro ha dato il primo attacco alla sua Orchestra Cherubini, sabato sera nel teatro del carcere di Opera. La sala già vibra di un silenzio e una commozione che accomunano tutti i 400 presenti, da Giovanni Bazoli a don Antonio Mazzi, da Achille Lauro ai detenuti che occupano quasi interamente il lato sinistro della sala. Però la voce da sopranista - un uomo che canta nella tessitura del soprano - che si libra sulle note di Gounod scatena una standing ovation debordante, quasi catartica.
A Opera, Muti e la Cherubini non hanno tenuto un concerto, hanno condiviso un’esperienza di bene e di bellezza che da anni coinvolge i detenuti. L’orchestra ha suonato grazie a loro: quindici violini, cinque viole, cinque violoncelli, un contrabbasso e il clavicembalo sono stati creati proprio a Opera, nel laboratorio di liuteria voluto dalla fondazione “Casa dello spirito e delle arti”; le strisce rosse, bianche, azzurre, sbiadite, confessano l’origine: il legno usato è quello dei barconi dei migranti.
Dopo Vivaldi e Verdi, sono i carcerati a salire sul palco per leggere le poesie e le prose che hanno composto nei laboratori di scrittura. Inizia Alessandro, maglietta bianca e bomber. Aveva appena dato un mazzo di fiori al soprano solista, Rosa Feola. Recita “Poesia”, che termina con un invito: “Continuate a scommettere sul nostro cuore”.
Ci sono tre parole che rintoccano con maggior frequenza nelle loro composizioni: “Bellezza”, “Fiducia” e “Io”. Arnoldo Mosca Mondadori, che ha creato la Fondazione nel 2012, ne chiama dieci, per nome. Vincenzo pensa al figlio che non vede da vent’anni: sta diventando un bravo pugile, mentre lui ha preso la vita a pugni e sta imparando a essere padre pur nel distacco. Così anche Vittoria: quasi ringrazia l’esperienza del carcere, dove ha iniziato a credere in sé stessa per un’esperienza di bellezza che è più grande delle telefonate che può fare con la figlia.
Laura ha ripreso a suonare il pianoforte dopo otto anni: ha capito che ha bisogno di bellezza perché l’unica tastiera disponibile era in un armadio chiuso con un lucchetto di cui non c’era più la chiave: doveva avere quella tastiera, per esprimersi. Nicolae è uno dei liutai, l’artefice del violino che imbraccia la “spalla” dell’orchestra. La ragazza si commuove: un conto è sapere una storia, un altro è incontrare l’uomo che l’ha vissuta. Poi tocca a Mirto.
Non canta da quattro anni, è ergastolano, ma ha talento e Muti chiede alla vicedirettrice del Conservatorio, dove studiava, di trovargli un insegnante, e promette che tornerà da lui. Poi all’orchestra si unisce il coro dei carcerati “La Nave” per il “Va’ pensiero”; quattro bassi si abbracciano ad altezza spalle, c’è qualcuno che tiene un foglietto per non sbagliare le parole. “Non mi fate far brutta figura”, scherza Muti, che alla fine, commosso, li ringrazia: “Esco migliore di come sono entrato”.