Gli scenari della paura

Riassunto

L'articolo analizza la crescente tensione negli Stati Uniti causata dalle violente politiche migratorie di Trump e dai metodi brutali dell'ICE, culminati in uccisioni ingiustificate e violazioni del Quarto Emendamento. Nonostante il sostegno di parte dell'elettorato agli obiettivi di controllo delle frontiere, la maggioranza degli americani disapprova l'uso della forza e le incursioni senza mandato giudiziario. La Casa Bianca reagisce alle proteste accusando l'opposizione di alimentare l'insurrezione, facendo temere una deriva autoritaria e una possibile sfida alle regole dello stato di diritto. Questa situazione evidenzia una profonda crisi istituzionale che mette a rischio la tenuta della democrazia americana.

di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 26 gennaio 2026
Trump sotto accusa: l’immigrazione potrebbe diventare la sua trappola oppure aprire a una prova di forza politica. Un altro cittadino americano, bianco e incensurato, ammazzato senza motivo dall’Ice a Minneapolis. Un altro tentativo di Trump e dei suoi di far passare l’uccisione per legittima difesa. Ma anche stavolta le immagini sono chiare. Eppure il consigliere più vicino al presidente, Stephen Miller, accusa la sinistra e chi protesta di difendere “un terrorista che cercava di assassinare agenti federali”. E poi: “Voi capi democratici alimentate le fiamme dell’insurrezione”. Stavolta il partito di Obama replica con toni altrettanto violenti: “Sei un fottuto bugiardo con le mani sporche di sangue”. Intanto si susseguono i sondaggi che dicono due cose: metà del Paese continua ad approvare gli obiettivi del presidente nella lotta contro i clandestini, ma quasi due terzi degli americani (e tra questi un terzo degli elettori di Trump) disapprova i metodi brutali dell’Ice.
Trump, ormai consapevole che l’immigrazione, carta vincente della sua elezione, ora può sottrargli consensi, cambierà rotta come ha cominciato a fare nel caso della prima vittima, Renée Good, inizialmente definita terrorista per poi ripiegare sulla linea della “dolorosa tragedia”? O continuerà a spingere l’Ice nelle città democratiche, pronto a usare il pugno di ferro dell’Insurrection Act contro i manifestanti? C’è chi vede all’orizzonte lo spettro di un tentativo di rinviare le elezioni di midterm di novembre.
Un voto dal quale i repubblicani rischiano di uscire sconfitti per la perdita di popolarità di Trump tra economia, svolta autoritaria all’interno e sulla scena internazionale e, appunto, immigrazione. Uno scenario improbabile, estremo: non ci sono precedenti e la Costituzione è perentoria: né il presidente né il Congresso possono spostare le elezioni. Mai rinviate quelle presidenziali, nemmeno durante le guerre. Difficilmente la Corte Suprema, per quanto a trazione ultraconservatrice, potrebbe avallare una simile rottura.
Ma con Trump che pretende di esercitare poteri assoluti, mai dire mai. L’estrema durezza dei miliziani anti immigrati non solo sta gettando nel terrore Minneapolis, come denunciato dal sindaco Jacob Frey, non solo viola i diritti civili e umani riconosciuti a tutti (lavoratori illegali compresi) come nel caso della deportazione in Texas di un bimbo di 5 anni usato anche come esca per arrestare i suoi familiari: le incursioni dell’Ice rappresentano un altro passo verso la demolizione delle regole dello stato di diritto.
Trump ha spedito in soffitta l’ordine internazionale che proprio gli americani avevano promosso dopo la Seconda guerra mondiale (liquidato dallo stesso Miller come “sottigliezze che confliggono col mondo reale, governato solo dalla forza”), mentre all’interno, fin dal primo giorno della sua presidenza, ha sfidato il potere legislativo e quello giudiziario con una serie infinita di ordini esecutivi in tutti i campi provocando raffiche di ricorsi per abuso di potere. Ora sembra andare oltre, legittimando la violazione di un diritto fondamentale dei cittadini: quello garantito dal Quarto emendamento della Costituzione che vieta perquisizioni e sequestri, a meno che gli agenti non abbiano un mandato di un giudice.
Casi recenti come quello dell’irruzione in casa di un cittadino americano di origine asiatica prelevato e trascinato fuori seminudo a venti gradi sottozero senza alcun motivo e senza alcun mandato, hanno fatto emergere che da mesi gli agenti dell’Ice sono stati autorizzati con un memorandum interno, un atto informale, a irrompere in casa di gente sulla quale hanno qualche sospetto anche senza un atto della magistratura. Basta un “mandato amministrativo”: un’autorizzazione fornita dallo stesso Ice o dal ministero dell’Interno.
La mano libera concessa a questa milizia dalla Casa Bianca con elogi che hanno dato agli agenti una sensazione di impunità e la spettacolarizzazione delle sue azioni voluta da Greg Bovino, il loro comandante sul campo, hanno fin qui tolto ogni freno all’Ice. Che, ormai, si sente l’esercito privato del presidente: basta ascoltare il solito Miller che, da consigliere per la Sicurezza interna di Trump, sostiene che “gli americani hanno votato in grande maggioranza per le deportazioni di massa contro le quali la sinistra sta orchestrando una resistenza fatta di azioni violente contro le forze dell’ordine. Se i democratici avessero vinto, avrebbero trasformato ogni città americana in Mogadiscio o Kabul”.
I segnali di una volontà di inasprire lo scontro, insomma, non mancano: dai manifestanti definiti dalla Casa Bianca “rete insurrezionale” al governatore (democratico) del Minnesota, Tim Walz, accusato da Trump di “incitare all’insurrezione”. Mentre i democratici chiedono se, come sospettano, gli agenti Ice vengano scelti in base a credenziali di appartenenza ideologica all’ultradestra: lo slogan della pubblicità per il reclutamento, “riavremo la nostra casa” riprende una frase dell’inno dei Proud Boys, la milizia suprematista trumpiana.
Ma il terrore generato dalle irruzioni continue, anche in scuole e asili, e un’esplosione di ostilità nei confronti dell’Ice nei sondaggi (unico fattore, insieme agli indici di Borsa, in grado di frenare Trump) potrebbero anche spingere il presidente (che ha cominciato a parlare di errori degli agenti federali per l’immigrazione) a chiedere a Bovino di usare metodi meno brutali, pur continuando a deportare.