Libri. Anche i ragazzi sono un giallo: torna il commissario di Walter Veltroni
Riassunto
Il 27 gennaio esce 'Giovanni Buonvino e l’omicidio dei ragazzi', la sesta indagine del commissario di Villa Borghese creato da Walter Veltroni. Il romanzo affronta il tragico omicidio di una diciassettenne, spingendo il protagonista a confrontarsi con l'universo complesso e spesso indecifrabile degli adolescenti contemporanei. Attraverso una narrazione che unisce il genere giallo all'analisi sociale, Veltroni esplora temi come la perdita, il segreto e la distanza generazionale. Questo caso mette in luce la necessità di un ascolto più attento verso le fragilità delle nuove generazioni, spesso percepite come una tribù aliena.
Corriere della Sera, 26 gennaio 2026
Esce martedì 27 gennaio per Marsilio la sesta avventura di Giovanni Buonvino. L’indagine sulla morte di un’adolescente: “La giovane uccisa poteva essere sua figlia”. Giunto alla sua sesta fatica, Giovanni Buonvino, commissario dell’immaginaria stazione di Polizia di Villa Borghese in Roma, guadagna posizioni non solo nella galleria degli investigatori italiani ma più in generale tra i personaggi di famiglia della nostra comunità letteraria. E il suo creatore, Walter Veltroni, a questo punto merita una precisazione nella sua corposa biografia, parte seconda (la parte prima è la politica): giornalista e scrittore, anche di gialli, che è un genere solo in apparenza di evasione. La storia di questo Buonvino e l’omicidio dei ragazzi(Marsilio) non è infatti solo una partita a scacchi tra il buono, cioè il detective, e il cattivo, cioè l’assassino (maschile, femminile o plurale, lo scoprirete). È anche un’incursione in un mondo diventato incognito, quello appunto dei ragazzi di oggi, che si conclude con più di una sorpresa e con la possibilità di un corso accelerato per meglio comprendere gli appartenenti a una tribù che parla una lingua diversa, ha codici indecifrabili, sembra aliena anche se, come vedremo, non lo è poi tanto.
La partita a scacchi allestita da Veltroni comincia in un sabato italiano con Roma al meglio del suo incanto. Inizio estate, clima e luci perfette, sera con una piccola festa per la riapertura di un chiosco a Villa Borghese. Il commissario Buonvino si lascia convincere al primo selfie della sua vita. Mentre gli altri brindano, lui all’improvviso si distrae. Sente delle voci che vengono dal parco, non sa se di gioia o di paura, potrebbe anche averle confuse con altri rumori. Potrebbe. Invece è una premonizione di quello che accadrà di lì a poche ore e che impegnerà il protagonista a misurarsi con uno dei casi più difficili che gli siano capitati. Di certo il più doloroso.
Giovanni Buonvino e la compagna Veronica, professione poliziotti, sono una coppia invidiabile, accordati a diapason, capaci di discutere con lievità dell’importanza sottovalutata della scomparsa dei corridoi come spia dei guai dell’Occidente; con lei a proteggere il carattere gentile ma riservato di lui, o a sorridere del suo nuovo hobby, le costruzioni con il Lego. Ma hanno scelto di non avere figli, il che non è rilevante a meno che la vittima di cui devi trovare il colpevole non sia una ragazza di 17 anni, capelli neri ricci, occhi azzurro profondo, una bellezza alla Clio Goldsmith per chi se la ricorda, trovata impiccata alle lancette del grande orologio ad acqua, detto Idrometro, costruito nel 1867 al Pincio. No borsa, no zaino, niente in tasca. Legata con un filo alla lancetta lunga della mezz’ora e morta soffocata lentamente allo scoccare dell’ora, massima tensione del filo. Almeno non ha sofferto, sedata com’era da un sonnifero potentissimo.
Venerdì sera le voci, sabato notte l’omicidio, domenica mattina la scoperta del corpicino appeso sull’acqua. “Poteva essere sua figlia. Cercherà chi le ha fatto del male come se davvero lo fosse stata”, dice Walter Veltroni a proposito dei primi pensieri che mette in testa al suo commissario. E con questa frase dà una piega ai sette giorni che seguiranno, fino alla scoperta di chi ha impiccato Ludovica Cappelli, detta Ludo, da Centocelle, liceo artistico, una vita bonsai però già piena di misteri, segreti e bugie. “Avere un figlio”, annota ancora l’autore, “è la meravigliosa possibilità di essere bambino due volte, ragazzo due volte o tre. Una vita che nasce e ti assomiglia, ti chiede e ti abbandona”.
Che cosa ha spinto Ludo ad appassire nell’età in cui invece si germoglia, e chi e perché ha deciso di appenderla al quadrante di un bizzarro orologio montato su un isolotto del parco? Buonvino si mette a caccia e sguinzaglia la sua squadra in tutte le direzioni possibili. Ha una fretta diversa, più urgente, di arrivare alla verità. Una fretta paterna.
Il cerchio delle indagini, e dei possibili indagati, è abbastanza circoscritto. La vita di Ludovica non era affollata. C’è la madre Lidia, infermiera, e il suo nuovo compagno, Giulio, si mettono insieme sei anni dopo la morte del marito, il padre di Ludo, scomparso quando lei era una bambina solare, dolce, con un’allegria che trasmetteva ovunque. Crescendo questa figlia adorata si chiuderà, come renderà inaccessibile la sua camera, come si chiudono e diventano inaccessibili gli adolescenti.
Dopo la sua morte così violenta, si scoprirà il diario di Ludovica da dove emerge il buco incolmabile che le ha lasciato l’essere rimasta orfana di quell’uomo, un insegnante, amatissimo e perduto senza neanche poter assistere al suo addio perché giudicata troppo piccola dalla mamma, che per evitarle il trauma dell’ultimo respiro la manda al mare con la famiglia dell’amica del cuore. Amica che compare ancora, Sara, e con cui la Ludo dice di uscire tutte le sere ma è falso, le due hanno rotto da tempo.
“Le si era annerito il carattere”, dirà proprio Sara. Anche a scuola, la situazione vira al brutto: distratta, occhiali scuri in classe, rendimento al ribasso. Periodo dark. Nuove amicizie, tipi e tipe un po’ più grandi, su cui girano pessime voci, droga, orge, riti satanici. Buonvino va sotto al gruppetto, cerca il tono giusto per stabilire il minimo di sintonia necessaria all’indagine, e forse qualcosa di più. Mentre il professore di fotografia, tale Masiero, che si scoprirà ambiguo nei confronti di Ludovica e che quindi manderà il commissario in modalità mastino, la compagnia dei ragazzi a poco a poco si svela per quello che non sembra essere. “Ma quali seguaci di Charles Manson. Quando ci incontriamo per fare musica o chiacchierare o bere birra, abbiamo una regola: cellulari spenti”. Quell’ultima sera erano con Ludovica, stava con loro a Villa Borghese, rideva, gridava, poi piangeva, tutto di seguito, molto talento artistico, molta instabilità emotiva. Data da cosa, da quale trauma inconfessato? E a che ora se n’è andata? E con chi? Verso dove? Tirerà le fila, radunando in una stanza i pezzi della scacchiera, il regista Buonvino: “Tutti hanno mentito perché la vita di questa ragazza nasconde qualcosa che imbarazza ciascuno dei presenti”.
Finito il libro, trovato il colpevole, viene voglia di invitare a cena Giovanni Buonvino e la sua compagna Veronica che somiglia a Alida Valli. Non per parlare del caso ma per parlare e basta. Lui è il capo, lei è un pezzo forte del commissariato di Villa Borghese, che non esiste, come non esistono loro, ma che per le magie dei libri non solo sembrano vivi e veri ma ti lasciano l’impressione che se vai da quelle parti a Roma e chiedi di incontrarli ti ricevono e si chiacchiera un po’ insieme. Veltroni, che di Buonvino sembra avere qualcosa, di certo lo gradirebbe.