Bologna. Anila Rubiku e l’arte che entra in carcere: “La mia idea di libertà”
Riassunto
Dal 6 all'8 febbraio, il carcere della Dozza di Bologna ospita la mostra 'I’m Still Standing' dell’artista Anila Rubiku, segnando il debutto della struttura nel circuito di Art City. Le opere esposte utilizzano tecniche tradizionali come il ricamo per narrare storie di resilienza, diritti negati e speranza, trasformando le sale dei colloqui in uno spazio di dialogo culturale. L’iniziativa, aperta anche al pubblico esterno, mira a favorire il riscatto dei detenuti e la crescita sociale attraverso la bellezza e la riflessione artistica. Questo progetto evidenzia il ruolo cruciale dell'arte come strumento di inclusione e apertura per le istituzioni penitenziarie italiane.
La Repubblica, 26 gennaio 2026
Art City debutta alla Dozza con l’esposizione dell’artista albanese aperta anche al pubblico. Non è la prima volta che l’arte di Anila Rubiku, nata a Durazzo ma da arrivata in Italia più di trent’anni fa e oggi residente tra Milano e Toronto, racconta il carcere. Ma è la prima volta che le sue opere entrano alla Dozza, presentandosi al pubblico esterno e ai detenuti, e rendendo di fatto la casa circondariale bolognese una delle mete di Art City. Dal 6 all’8 febbraio infatti le sale dedicate ai colloqui della Dozza saranno “occupate” dalla mostra “L’arte messa alla prova: Anila Rubiku. I’m Still Standing”, a cura di Elisa Fulco e promossa dall’Associazione Acrobazie (già attiva all’interno del carcere dell’Ucciardone). Una mostra particolare che ancora una volta porta la città dentro al carcere e offre ai detenuti un patrimonio culturale, come dispositivo di crescita sociale e personale.
“Ho iniziato a lavorare con il carcere diversi anni fa - racconta Anila - perché mi incuriosiva un fenomeno preciso dell’Albania: alla fine degli anni Novanta aumentava sempre più il numero di donne che venivano condannate perché avevano ucciso il marito che le violentava. Era appena finita la guerra del Kosovo e nel paese giravano molte armi ma le donne che andavano alla polizia per denunciare la violenza familiare non venivano ascoltate e venivano rispedite a casa con il consiglio di risolvere il problema in famiglia”.
Anila, affiancata da uno psicologo, ha incontrato a lungo molte di queste donne, raccogliendo le loro storie e poi facendone dei ritratti simbolici. “A loro non abbiamo chiesto di parlare ma di disegnare perché si sentissero più libere. Poi io ho trasportato quegli schizzi nelle mie opere nella serie “Defiant’s portrait”, in cui raffiguro solo delle finestre con le sbarre, nella forma di ricami, sculture, disegni. Ogni lavoro è il ritratto di una di loro”. Queste opere arrivano ora alla Dozza, accanto ad altre tre serie di lavori: “Hope is the things with feathers” in cui vengono raffigurati degli uccelli come metafora di libertà e di riscatto; “I’m still standing”, che rappresentano le protesi dei veterani di guerra che spesso usavano stracci e pezzi di stoffa per rimodellare le parti usurate; “The Inner doors” con la riproduzione delle porte interne dei palazzi milanesi, come soglie segrete, tra l’interno e l’esterno, tra il buio e la luce. Spesso le opere nascono dall’assemblaggio di stoffe poi trapuntate, da ricami, da perline assemblate come un motivo decorativo.
“Possono sembrare tecniche tipicamente femminili ma non è per questo che le uso: questa concezione è tipicamente occidentale perché in Oriente cucito e ricamo sono attività prettamente maschili - sottolinea Anila - Semmai fanno parte delle mie radici e della mia identità. In Albania, praticamente tutte le donne sapevano cucire e ricamare ed è con questi lavori che mandavano avanti la casa e magari guadagnavano qualcosa, barattando un vestito o un ricamo fatti da loro con altri beni. Io sono partita dal mio paese perché volevo studiare all’Accademia di Milano e partendo mi sono detta “lascio dietro tutto questo, non voglio diventare una donna come mia madre”. Ma quel “fare”, quel saper maneggiare fili, perline, stoffe, per me è un linguaggio naturale e per questo lo uso nella mia arte”.
E le opere di Anila parlano della sua identità ma anche dell’idea di libertà, della lotta per rialzarsi e resistere. “Le sbarre, le porte, gli uccelli, le protesi sono tutti simboli di chi lotta - conclude lei - Ma voglio raccontare questa resilienza attraverso opere colorate, poetiche, leggere. Perché nella vita quotidiana, dove tutto scorre veloce, si può sopravvivere con la speranza e con la leggerezza, con la poesia e la bellezza”.
Orari e modalità di visita - La mostra è aperta al pubblico con presentazione del documento di identità e autocertificazione obbligatoria all’ingresso. Orario: 6 febbraio 15-19; 7 e 8 febbraio 9-19; info: 051 320512,
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