La pena capitale, fallimento della giustizia

di Francesca Sabatinelli
L’Osservatore Romano, 27 gennaio 2026
Un diario di quattro giorni, gli ultimi di vita di Bryan Frederick Jennings, nato nel 1958 e messo a morte dallo Stato della Florida il 13 novembre 2025. “Quattro giorni sospesi nel tempo”, così li descrive l’autrice, Federica Massoli, per anni in relazione epistolare con Jennings che, con il racconto di quel “tempo condiviso”, dimostra come “dietro ogni esecuzione” - e dietro alla falsa idea che così si possa portare pace alle famiglie delle vittime, enfatizzata dai “governi pro pena di morte” - c’è “un dolore che si moltiplica, un lutto che si estende anche alle famiglie e agli affetti del condannato”.
Massoli ripercorre la storia giudiziaria di Jennings, condannato a soli 20 anni con l’accusa di aver ucciso una bimba di sei. Era l’11 maggio del 1979, l’uomo era appena tornato in Florida dopo due anni trascorsi come marine a Okinawa. La firma del mandato di esecuzione è del 10 ottobre 2025, data in cui si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte, ricorda la donna, e che arriva dopo “una lunga sequenza di processi: due annullati, un terzo concluso - come i precedenti - con un verdetto non unanime”. 46 anni in totale che hanno visto Bryan vivere “sospeso tra appelli, ricorsi e attese, in una cella che misurava poco più di un corpo umano, in una vita ridotta all’essenziale”. Dopo il 10 ottobre c’è una accelerazione, e un intero sistema in meno di un mese, conferma “senza farsi troppe domande, ciò che per decenni era rimasto sospeso”. L’uomo viene “ucciso con un’iniezione letale che, secondo il protocollo, avrebbe dovuto essere rapida e indolore”, ma che agli occhi dei testimoni così non è.
La donna racconta di quando diviene amica di penna di Jennings, rispondendo ad un invito della Comunità di Sant’Egidio a corrispondere con condannati a morte. Otto anni di lettere che aiutano l’uomo a uscire “da un isolamento che lo aveva condotto a una rassegnata indifferenza” e lei ad arricchirsi “con la sua umanità e la sua saggezza”. Federica Massoli entra a pieno titolo nella vita giudiziaria di Jennings quando muore il difensore statale d’ufficio, è il 2022. La donna studia il caso, il crimine di cui è accusato prende “contorni completamente diversi”. La condanna si basa su prove “solo circostanziali”, non esistono test del Dna e testimoni oculari. Ma nulla ferma la “macchina”, neanche il fatto che, nel 1989, “l’allora Governatore della Florida avesse fissato una prima data di esecuzione, poi sospesa, proprio per l’incertezza della condanna”.
Massoli passa mesi a leggere e studiare il diritto penale americano, convincendosi del fatto che “la colpevolezza di Bryan non era stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio”. Tutto questo non serve a trovare un nuovo avvocato, la storia processuale è troppo lunga e complessa, è un caso troppo difficile da assumere. I suoi tentativi sono “disperati”, contatta giornalisti e politici, diffonde petizioni, tiene costanti contatti con avvocati, con il Comitato Paul Rougeau, con la Comunità di Sant’Egidio, con tutti coloro che cercano di far sospendere l’esecuzione. Il legale incaricato dallo Stato arriva dopo il 10 ottobre, quando ci sono “meno di trenta giorni per rileggere 46 anni di atti. Un’impresa impossibile. Una difesa solo formale”, con un ultimo iter processuale “altrettanto formale e frettoloso: ricorsi respinti in soli 45 minuti, appelli respinti senza reali argomentazioni giuridiche”. Il 13 novembre Bryan Frederick Jennings viene ucciso, a 67 anni, dopo oltre 4 decenni in carcere.
Massoli racconta il mese prima dell’esecuzione. I rapporti con Jennings subiscono una drastica riduzione, “una crudeltà nella crudeltà”. Ai detenuti “viene tolto il tablet, l’unico strumento che permette loro di mantenere un filo con il mondo esterno. Anche le telefonate vengono ridotte: da una o due al giorno, lunghe mezz’ora, a tre sole chiamate a settimana, di dieci minuti ciascuna”. L’8 novembre Federica Massoli parte per la Florida, sono gli ultimi giorni di vita di Bryan, il diario quindi confida ciò che avviene dal primo giorno di visita a quello della messa a morte. Poche ore di parole scambiate attraverso un vetro, al di là del quale c’è un uomo chiuso in una microcella, con “le catene ai piedi” che “sarebbero rimaste per tutta la durata delle visite”. Massoli descrive anche la pena di dover passare complicati “passaggi procedurali”.
Il giorno dell’esecuzione, lei è testimone diretta dell’avvio della “procedura”, fatta di barriere poste all’ingresso principale dell’area, perché la prigione quel giorno, le viene spiegato, “sarebbe stata in totale lockdown”. La mattina trascorre con due ore di colloquio da dietro al vetro e una “di contatto”, in cui Bryan consuma l’ultimo pasto. Incatenato mani e piedi, così lo descrive Massoli, guardato a vista, nonostante “non avrebbe potuto fare nulla. E nemmeno io: prima di entrare nella stanza mi avevano tolto persino gli occhiali da lettura, forse per paura che potessero diventare un’arma. Come se in quell’ora io avessi potuto rappresentare un pericolo. Non per lui, ma per il buon esito dell’esecuzione”. Viene concessa un’ultima foto insieme. Federica esce dalla prigione alle 11, a sette ore dall’esecuzione, un tempo vissuto con un “senso di impotenza insopportabile”.
Massoli, rientrando in Italia, avverte con chiarezza la “responsabilità di trovare la forza di verbalizzare la cruda realtà: Bryan è stato ucciso dallo Stato”, sopprimere una vita “non diventa giustizia solo perché è uno Stato a farsene carico”. Nessuna società “è più sicura dopo un’esecuzione. È semplicemente più fredda, più dura, più disumana. E un sistema in cui la vendetta diventa istituzionale, in cui le istituzioni si arrogano il diritto di fare ciò che proibiscono agli altri, è il fallimento assoluto della giustizia”.