Il report sui femminicidi del Ministero dell’Interno: numeri senza dati

Riassunto

L'autrice denuncia l'insufficienza dei dati ufficiali del Ministero dell'Interno sui femminicidi, evidenziando come la mancanza di dettagli su età, nazionalità e denunce pregresse renda impossibile un'analisi efficace del fenomeno. Nonostante il calo generale degli omicidi nel 2025, associazioni e attiviste sono costrette a raccogliere dati autonomamente per colmare le lacune istituzionali e contrastare narrazioni errate. La trasparenza e l'applicazione della legge 53 del 2022 risultano fondamentali per comprendere la reale portata della violenza di genere e attuare politiche di prevenzione. Questa situazione mette in luce la necessità urgente di un sistema di monitoraggio pubblico più completo e accessibile per proteggere le potenziali vittime.

di Donata Columbro
Il Domani, 27 gennaio 2026
Non c’è l’età di chi li ha commessi, o delle vittime, la ripartizione geografica, non sappiamo se gli autori (o le autrici) hanno commesso suicidio dopo l’atto, non ci sono indicazioni su denunce pregresse. Non conosciamo nemmeno la loro nazionalità. Giulia Sudano, presidente del think tank femminista Period, “così risultano inutilizzabili, compromettendo l’analisi del fenomeno, anche da parte delle istituzioni stesse”.
Con il femminicidio di Federica Torzullo, 41 anni, di Anguillara Sabazia (Roma), il marito, principale indagato, viene accusato della nuova fattispecie di reato. Come cambieranno le pubblicazioni dei dati del ministero dell’Interno sugli omicidi volontari, con il nuovo articolo 577 bis del codice penale? Al momento non ci sono indicazioni. Anzi, sono spariti anche i report trimestrali. Al loro posto è comparso il report annuale relativo al 2025, e ci sarebbe anche una buona notizia: in generale, gli omicidi sono diminuiti del 15 per cento e le vittime di genere femminile sono 97, con un calo del 19 per cento rispetto alle 118 del 2024. Ma questa è l’unica analisi possibile con i dati che produce il servizio analisi criminale, o quasi.
Possiamo ancora valutare una diminuzione degli omicidi commessi in ambito familiare e affettivo, che scendono da 158 a 128, e leggiamo che le donne uccise in famiglia sono 85 (erano 101 due anni fa). Gli omicidi commessi da partner ed ex partner restano invece stabili, 62, come nel 2024. Il patriarcato uccide ovunque e in ogni classe sociale: 84 femminicidi nel 2025 (più 7 morti indotte) Non possiamo dire altro. Non c’è l’età di chi ha commesso l’omicidio, o delle vittime, non abbiamo una ripartizione geografica, non sappiamo se gli autori (o le autrici) hanno commesso suicidio dopo l’atto, non ci sono indicazioni su denunce pregresse, o se le persone uccise erano coinvolte nel traffico di esseri umani o nel sex work.
Non conosciamo nemmeno la loro nazionalità. Ci sono dei numeri, ma non sono dati: in effetti, il documento promette quello che poi mantiene, e cioè semplicemente riassume l’andamento degli omicidi “con particolare attenzione ai delitti potenzialmente legati a liti familiari e violenza domestica”, avvenuti nel 2025. Una modalità di presentare i dati che è stata criticata più volte dalle associazioni del settore, che lo scorso novembre hanno lanciato una campagna e una petizione per far applicare la legge 53 del 2022, dove sono ben esplicitate le indicazioni su come raccogliere e pubblicare i dati sulla violenza di genere. Nel report del ministero non è nemmeno possibile conoscere il sesso dell’autore o dell’autrice: sappiamo chi è stato ucciso, ma non da chi. I femminicidi sono dappertutto.
Ma di più dove le donne sono più emancipate E i tentati femminicidi? Un altro dato che manca a livello istituzionale, se pensiamo che le notizie in queste prime settimane del 2026 riguardano almeno tre donne, il caso di Muggiò, la 22enne accoltellata dal compagno in provincia di Torino, e la donna di 44 anni che a Ventimiglia si è gettata dal balcone per sfuggire al marito violento. Per quest’ultima ha già deciso il giudice delle indagini preliminari, però: si prostituiva, e quindi “non c’entra il femminicidio”. Ma dire “non c’è odio discriminatorio”, è in contrasto anche con le indicazioni delle Nazioni Unite che raccomandano di valutare anche lo sbilanciamento di potere all’interno della relazione.
“Senza dati aperti non possiamo comprendere né prevenire la violenza di genere”. La campagna che chiede trasparenza L’unico modo per fare analisi sul fenomeno quindi è fare affidamento sulle indagini annuali di Istat, che però sono pubblicate ogni novembre e si riferiscono all’anno precedente. Oppure produrre dati in modo autonomo, come fa l’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno, e come fanno tante giornaliste e attiviste. Anna Bardazzi, autrice del podcast Ricorda il mio nome, ha un file excel dove monitora le donne uccise e le donne scomparse, e di recente ha pubblicato un’analisi relativa al 2025 nella sua newsletter: “La più giovane aveva 14 anni. La più grande aveva 89 anni”, si legge.
E ancora: “Su 83 autori, 21 sono uomini migranti di diverse nazionalità. Tra le loro vittime, soltanto 4 sono italiane, mentre essere una donna migrante è un fattore di rischio (33,7 per cento)”. Bardazzi cita anche i “femminicidi per procura”, quelli che in Spagna sono contati come violenza vicaria, cioè figli, genitori e altre persone uccise per colpire la donna. Combattere il patriarcato è anche una questione di dati Perché non troviamo questo livello di dettaglio nel report del ministero dell’Interno?
“Raccogliamo i dati in maniera indipendente perché non possiamo farne a meno”, spiega Bardazzi, “È importante per poter contrastare la narrativa errata che ci viene proposta, ma anche per fare sensibilizzazione”. Violenze e femminicidi, tutti i paradossi della destra Il think tank femminista Period ha provato a ottenere i dati istituzionali mancanti con una richiesta di accesso civico, ma, anche qui, non mancano i problemi: “Ci sono dati duplicati e relazioni tra variabili non corrette”, conferma Giulia Sudano, presidente dell’associazione, “e così risultano inutilizzabili, compromettendo l’analisi del fenomeno, anche da parte delle istituzioni stesse”.